Già ho qualche difficoltà a digerire le chiese: tranne qualche rara eccezione, per quanto armoniose, artisticamente riuscite e persino mistiche, le trovo sempre opprimenti e soffocanti.
Le chiese brasiliane mi provocano la stessa reazione all’ennesima
potenza, perché qui oltre a santi, martiri, icone e lapidi c’è anche l’oro, un
sacco di oro, una enormità di oro. E tutto questo oro gronda sangue, un sacco
di sangue, una enormità di sangue degli schiavi (schiavizzati*) che lo hanno
dovuto estrarre, lavare, lavorare, trasportare, pulire, lisciare, far brillare
per l’eterna gloria di Dio e del suo popolo. Amen.
Tra tutte le chiese del Brasile, una delle più opulente è senza dubbio
questa, che dall’alto di una collina che sovrasta praça Mauá* guarda con
sufficienza alla miseria della città che la circonda.
Dall’esterno sembrerebbe quasi innocua. Ma poi.
Decorata fino all’impossibile, è l’unica che ho visto in Brasile
in cui l’ingresso principale è marcato da un portale ad arco e con tutte le
volute e svolazzi che il barocco abbia inventato.
La domenica, alle 10, c’è la messa accompagnata da canti gregoriani,
cui partecipa la Rio più snob e tradizionalista.
Se pensate di reggere alla sontuosità del canto, alla pesantezza
dell’arredo, al ricordo degli schiavizzati e all’arroganza della Rio snob,
andateci. Anzi, arrivate con almeno mezz’ora di anticipo per trovare posto.
Ci potete andare in taxi oppure prendendo il tram VLT, scendendo
alla fermata São Bento e facendo a piedi la breve ma ripida strada che porta su
su fino al monastero.

Nessun commento:
Posta un commento