Torrenziale, paurosa. Trasforma le strade in fiumi in piena,
trascinando tutto ciò che incontra.
Poi, d’improvviso smette, e torna il sereno.
La prima pioggia a Rio mi è sembrata un uragano: porte a soffietto
divelte dal vento, cortile interno inondato dall’acqua. Mi aspettavo di veder
uscire topi, coccodrilli o anaconda da qualsiasi tombino o fessura del selciato.
In occasione di piogge particolarmente intense (noi le chiameremmo
bombe d’acqua) mi è capitato anche di non poter uscire di casa: l’acqua era
troppo alta. Unica soluzione: ho chiamato un taxi che è entrato fino al garage
del palazzo, e dal quale mi sono fatto portare alla più vicina fermata d’autobus
che fosse tra le terre emerse della città allagata.
La pioggia compare spesso nella cultura e nella musica brasiliane:
Jorge Ben Jor pregava la pioggia di smettere e di evitare di bagnare il suo
amore divino (Chove Chuva) mentre Tom Jobim* descriveva la dolcezza delle
piogge di marzo, quando la torrida estate lascia finalmente spazio alle
promesse dell’autunno tropicale (Aguas de Março). All’inizio mica lo avevo capito:
marzo, per me che vengo dall’emisfero boreale, era l’inizio dell’estate. Solo dopo
parecchi ascolti, e parecchi mesi, ho invece capito che qua, nel mondo a testa
in giù, era tutto al contrario, e marzo segnava la fine dell’estate. E che per
noi estate significa felicità, mentre ai tropici l’estate è anche la calura
insopportabile da cui non sembra esserci scampo.
Che bello stupirsi di queste differenze.
Attenzione: i temporali non sono da prendere sotto gamba. Sono pericolosi davvero: state al riparo.

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