giovedì 22 luglio 2021

7 a 1

(pronuncia “seci a un”).

Insomma, ricordate la partita semifinale dei mondiali di calcio del 2014, gli occhi del mondo puntati su Belo Horizonte dove si disputa la semifinale Brasile-Germania, partita attesa, delirio dei tifosi, nervi a fior di pelle, grande sfida del nuovo secolo, anzi del nuovo millennio.

Dopo soli 11 minuti segna Müller, dopo 23 Klose, al 24esimo Kroos, al 26eisimo ancora Kroos, al 29esimo Khedira, al 69esimo Schürrle che ripete al 79esimo. Il Brasile è annichilito, non aveva mai subito una sconfitta così terribile in un mondiale.

All’ultimo scorcio di partita, al 90esimo, Oscar segna il primo e unico gol per il Brasile, alleviando, ma di poco, la vergogna della nazionale e della nazione.

7 a uno il risultato finale.

Il Brasile era arrivato ai mondiali con grandi speranze: aggiungere una medaglia alla propria serie di trionfi, ma soprattutto mostrare al mondo che la nazione era entrata in una nuova fase, in cui le sofferenze del passato erano ormai solo un ricordo.

La sconfitta di Belo Horizonte interruppe il sogno.

La partita si guadagnò il nome di Mineiraço (dal nome dello stadio Mineirão).

La lingua portoghese guadagnò un nuovo modo di dire: Sete a um, per indicare una sconfitta totale.

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101

Ah, saudade!

Nella nostra tombola carioca è il numero che corrisponde a “casa”, il numero del nostro piccolo, amato appartamento.

101 suona come una poesia, come la brezza che circola quando circola, come i palazzi che ci stanno davanti come tanti occhi puntati sulla nostra piccola vita, come gli alberi frondosi con i colibrì, come la piccola scuola simpatica con tutti i bambini vocianti schiamazzanti e il megafono che chiama i genitori all’ora dell’uscita, come le feste nel play del palazzo davanti che sembravano sempre impegnati in matrimoni-nascite-diplomi-lauree, come il giorno che siamo entrati ed era quasi tutto vuoto, come i letti rasoterra su cui abbiamo dormito per mesi, e l’unico scaffale nero bruttino che sembrava un oggetto di design in un libro di Orwell, come la finestra di servizio sul fianco del palazzo, come le ombre delle palme che di notte si disegnavano sotto la nostra finestra, come i pomeriggi di pioggia ascoltando Jorge Ben Jor, come la volta che si è allagato tutto, come l’armadio di Maria che era meglio non aprirlo, come la mattina che sono arrivati i parenti e Nora aveva preparato una tavolata che neanche a Natale, come quel piccolo angolo di Corcovado che si intravedeva tra i palazzi (ma lo sarà stato davvero?), come quel pomeriggio con guardie e ladri sul tetto di fronte, come le sere guardando Downton Abbey, come la resenha di Asia con tutti quegli adolescenti un po’ timidi un po’ sfrontati un po’ ubriachi, come quando sono arrivati i mobili dall’Italia che in un giorno abbiamo montato tutto, come il divano scomodissimo, come il glam internazionale di Grace, e come il grottino alias buco alias studio con il dépliant appeso a disegnare una finestra, come la poesia della famiglia, come le rime con Dardillac e Antoine, come Sofia che sbuca da non si sa dove, come Tómas vem me buscar, come il pullmino con Araújo e Arlete, come noi insieme.

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Scale

Scale???? Perché, ci sono le… scale????

Nei palazzi brasiliani si usa l’ascensore, e solo l’ascensore. Un po’ perché i palazzi sono alti e come si fa ad andare a piedi oltre il secondo/terzo piano, ma soprattutto, perché le scale non sono destinate all’uso. O almeno non all’uso delle persone perbene. È un po’ come in Downton Abbey: la servitù esiste, ma non si deve vedere. Le scale di Rio sono così: ci sono, ma non si devono vedere e soprattutto non si devono usare. E per renderlo chiaro, sono brutte, bruttissime, oscure, scomode, puzzolenti, costruite con i materiali più tristi e deprimenti in modo da scoraggiarne l’uso a chiunque. Le scale sono e devono restare un mondo parallelo, invisibile, ignoto. Chi osa entrarci lo fa a suo rischio e pericolo.

La società brasiliana è così: la parte dei signori - una profusione di specchi, marmi, ori, opere d’arte, decorazioni, profumi - e la parte “altra”, la parte senza nome, che non è bruttina (qualcuno ricorda il termine feinha con cui il sindaco Crivella aveva chiamato la favela della Rocinha?) solo perché trascurata, ma DEVE essere proprio brutta brutta per ricordare a chi ci abita che il mondo è naturalmente strutturato in gerarchie, e che se ti è toccata la vita dei poveri, allora ricordati che i poveri vivono male male male, e che è giusto così.

Testardamente democratico, tenacemente ecologista, opacamente salutista, ho sempre ostinatamente usato le scale per raggiungere il mio appartamento che era solo ufficialmente al primo piano (dopo il piano garage e il piano play, quindi effettivamente al terzo). E in tre anni credo di aver incontrato non più di due persone: una era il ragazzo delle pulizie che ci stava facendo una siesta, e l’altra doveva essere una specie di pazzo (o forse solo il mio riflesso in uno specchio!).

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domenica 11 luglio 2021

Angu do Gomes

Una piccola storia di successo: nel 1955, il portoghese Manuel Gomes cominciò a vendere angu* (polenta) con un carretto. Ebbe immediato successo, e i carretti si moltiplicarono e si sparsero per la città.

Si racconta che il carretto che Gomes gestiva direttamente in Praça XV divenne il punto di ritrovo di Sergio Mendes* e Tom Jobim*, che amavano mangiare angu* e discutere di musica.

Negli anni 70, il figlio di Manuel aprì il ristorante in Largo de São Francisco da Prainha* nel quartiere della Piccola Africa*, e i carretti vennero poco alla volta abbandonati. Il ristorante divenne il luogo di riunione di militare di estrema destra legati alla dittatura*. 

Dopo anni di difficoltà finanziarie, il ristorante riprese vita, ed è tuttora aperto con un largo spazio all’aperto dove fermarsi a mangiare o a bere qualcosa prima di andare al samba della Pedra do Sal*, proprio accanto.

E non dimenticate di dare un’occhiata al carretto originale di Manuel Gomes, che fa ancora mostra di sé davanti all’entrata.

Per andarci, prendete il tram-VLT fino alla Parada dos Museus.


https://www.tripadvisor.com/Restaurant_Review-g303506-d5367084-Reviews-Angu_Do_Gomes-Rio_de_Janeiro_State_of_Rio_de_Janeiro.html

Amarelinho

A me Rio sembra proprio Napoli, con quella sapiente miscela di miseria e nobiltà.

Uno dei luoghi che me lo fa pensare di più è il caffè Amarelinho (che significa giallino) nella enorme piazza di Cinelândia, vicino al Theatro Municipal.

Si capisce che in un lontano passato debba essere stato ritrovo di intellettuali ed artisti. Oggi è un caffè-ristorante piuttosto sporco, con cibi di qualità mediocre, ma fosse per me ci andrei tutte le sere.

Anzi, andavo a teatro proprio per avere la scusa di andarci e prendere la mia combinazione preferita: pudim de leite* e Coca Cola. Il primo per dare energia senza essere pesante, la seconda per dare quel minimo di carica per non addormentarmi subito alla prima nota dell’orchestra.

Se resistete alle tovaglie di cellophane appiccicoso, al servizio non proprio di classe, ai bagni condivisi con i senzatetto che ci si intrufolano di continuo, se riuscite a non curarvi dei mendicanti della piazza, dell’atmosfera equivoca della strada che fa angolo, delle persone che dormono sulle panchine e negli angoli oscuri della piazza, andateci.

Sarete attorniati da giovani che bevono una birra prima di andare alla Lapa*, che è proprio dietro l’angolo.

Ma se riuscite a fare un piccolo sforzo, vi sembrerà di ritrovare la Rio dello splendore dei primi decenni del secolo scorso, con i gentiluomini in frac che accompagnavano signore in tenuta di gala a sorbire una bevanda ghiacciata prima di entrare nel teatro. 

https://cresosuerdieckdourado.com.br/restaurante-amarelinho/

Castelinho do Flamengo

Guardatelo, e ditemi se quel tettuccio appuntito non sembra un cappello da strega, e se l’idea complessiva che dà non è quella della torre di Mago Merlino nella Spada nella Roccia!

La sfilza di case che costeggia l’Aterro do Flamengo* propone alcune belle facciate in vari stili architettonici, ma la perla è senza dubbio questa piccola costruzione bizzarra, opera dell’architetto italiano Gino Coppedè che la progettò nel 1916 per Joaquim da Silva Cardoso.

Coppedè (1866-1927) fu uno dei principali architetti italiani del Liberty che personalizzò in uno stile eclettico e del tutto personale. Il suo nome è legato al quartiere Coppedè di Roma, che Dario Argento considerò un set ideale per i suoi film deliranti. E un po’ deliranti sono anche le forme di questo villino carioca, che sembrano sfuggire ad ogni definizione.

All’interno le forme sono più miti e luminose.

Oggi ospita il centro culturale Oduvaldo Vianna Filho, e può essere quindi visitato negli orari di apertura (verificare).

Per arrivarci, si può andare in metrò fino a Largo do Machado, prendere l’uscita A che conduce al centro della piazza. Andate verso destra, fino all’angolo della piazza opposto alla chiesa. Cercate la rua Dois de Dezembro nella quale c’è anche il Centro Culturale Oi Flamengo* che vale la pena visitare. 

https://www.facebook.com/RioCasasePrediosAntigos/posts/852307988249716/

Casa Villiot - la casa senza finestre

Il vostro tour della Rio in stile Liberty o Art Déco non sarebbe completo senza una visita a Casa Villiot, detta casa senza finestre.

Progettata intorno al 1920 dall’architetto Antônio Virzi (nato a Palermo nel 1882), si presenta con forme geometriche piuttosto aspre, come una casa di Gaudì in cui le linee curve siano diventate d’improvviso rette e spigolose.

L’interno è più armonioso, con un vasto salone di ispirazione moresca tradotto in forme Art Déco, e una fontana (ora spenta) a fare da sfondo.

Alcune parti del piano superiore hanno ancora il rivestimento in legno originale.

Oggi la Casa Villiot ospita la Biblioteca Municipal Carlos Drummond de Andrade* aperta al pubblico.

La casa è a Copacabana, all’altezza del posto* 6 (quindi l’ultima parte verso Ipanema, non verso il centro), in Rua Sá Ferreira n. 80.

La zona non è delle migliori, e proprio di fianco alla casa c’è uno degli accessi alla favela del Pavão-Pavãozinho. Vale la pena visitarla, ma andateci con cautela, cercando di capire se la situazione è tranquilla, se non ci sono operazioni di polizia in corso e così via.

Per arrivarci, si può andare in metrò fino a General Osorio e prendere l'uscita D - Sá Ferreira, che sbuca a poca distanza dalla Casa Villiot.

https://diariodorio.com/historia-da-casa-villiot-a-casa-sem-janelas/

Altinha

Noi diremmo “fare due tiri/passaggi/palleggi” o qualcosa del genere: semplicemente non abbiamo un nome per quel momento in cui qualcuno tira fuori un pallone e senza nemmeno dirsi niente si comincia a dare un calcio, a dare un colpo di testa, a fare un po’ di giochetti così come viene. Ancor meglio se lo si fa sulla spiaggia, mezzo dentro e mezzo fuori dall’acqua.

In Brasile il nome c’è, ed è altinha (anche altinho, ma meno usato dai giovani). Nata nelle strade e nelle piazze, e consacrata sulla spiaggia di Ipanema dove è tutt’ora praticata ad ogni ora del giorno, ad ogni livello di maestria.

Ma il momento magico è inevitabilmente il tramonto, quando tutti sembrano scatenarsi in un roteare di piedi, teste e palloni inframmezzati da spruzzi d’acqua.

La spiaggia diventa una cartolina, e solo a guardare ci si sente bene.

Meno se si vuole attraversare la spiaggia: lì cominciano i dolori, perché provateci voi a trovare un interstizio tra un gruppo e un altro, tra una palla e l’altra, tra una testa e l’altra!

E nel vorticare dei palloni, il caldo rovente del giorno sembra defluire nel mare e cedere spazio alla frescura della sera, mentre le figure dei giocatori si trasformano a poco a poco in silhouettes contro il tramonto, la luna comincia a brillare, e i tavolini dei bar si riempiono di clienti pronti ad iniziare il primo drink.

https://www.nowness.com/topic/football-soccer/altinha-brazil-rio-superjeanmarc

Appellativi

Appena arrivi a Rio, la tua autostima ha un’impennata immediata. E come potrebbe essere altrimenti quando la prima signora che incontri ti chiama “meu amor”, e il primo uomo si rivolge a te chiamandoti “querido” (amato)?

I brasiliani non riescono a fare una frase senza metterci un appellativo: ti sentirai chiamare parceiro (compare), parça (abbreviazione del precedente), parceiraço (alterazione del precedente), amigo, amigão (amicone), querido (amato), brother, irmão (fratello), mirmão (contrazione di meu irmão, mio fratello), mané (?), moleque (ragazzo), leque (contrazione del precedente), rapaz (ragazzo), xará* (omonimo) e chissà in quanti altri modi che sto dimenticando.

Sono parole che sono utilizzate da uomini con uomini.

Per i rapporti tra i due generi, la scelta si limita a meu amor. In situazioni più ardite, si potrebbe sentire il termine gato/a (letteralmente gatto/a, ma vuol dire bello/a), ma non sono un grande esperto.

Con l’evoluzione sociale, molti termini che ho elencato sono oggi usati anche da donne tra loro o parlando con uomini, ma gli appellativi restano un affare eminentemente maschile.

E poiché il significato degli appellativi si è eroso a causa dell’uso indiscriminato (vedi qui), per esprimere ancora più intimità i brasiliani cercheranno quanto prima di sapere il vostro nome. E così, prima che ve ne accorgiate, il commesso del negozio o l’agente immobiliare vi chiameranno per nome, vi offriranno una birra, e vi siederete chiacchierando come vecchi amici d’infanzia.

Usare gli appellativi non è facile: ciascuno ha un significato sociale preciso, stabilisce o annulla gerarchie.

Ne ho sperimentati molti, temendo sempre di beccarmi un pugno sul naso.

Quello che funziona più o meno sempre è “querido” (amato). Potete usarlo quasi in ogni situazione. L’ho sperimentato coi miei colleghi, coi tassisti, con i commessi dei negozi, persino col mototaxista* muscoloso e dalla faccia poco raccomandabile: mi è sempre andata liscia.

Ricordate che sono parole usare da uomini con uomini: premesso questo, provateci anche voi, con giudizio!

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Spalle

Sembra che tutti i brasiliani abbiano letto la legge n. 1 di Jordan Peterson: “Stai dritto, con le spalle bene indietro”.

Spalle dritte, mento alto, portamento orgoglioso: e così sembrano tutti dei cavalieri, dei re.

https://www.aberbeach.com.br/blog/sunga-de-praia-carioca-verao-2020/

Tropa de Elite Elite – Gli squadroni della Morte

Diretto nel 2007 da José Padilha, è uno dei film brasiliani più famosi, in patria e all’estero, per la crudezza delle immagini ma anche per aver rivelato al grande pubblico la realtà della vita nelle favelas* di Rio.

Protagonista, un capitano del BOPE*, combattuto tra la fedeltà al corpo di polizia e al proprio ruolo di padre.

Un film duro ma da vedere assolutamente, anche perché è entrato a far parte della cultura brasiliana e carioca dando origine a imitazioni, parodie, meme.

Da questo film ha preso avvio il successo dell’attore Wagner Moura, una delle star del cinema brasiliano, che ha interpretato anche il ruolo di Pablo Escobar nella fortunata serie Narcos prodotta da Netflix.

https://www.mymovies.it/film/2007/tropadeeliteglisquadronidellamorte/

BOPE

Batalhão de Operações Policiais Especiais: è il corpo più scelto della polizia di Rio de Janeiro, protagonista di molte operazioni contro la criminalità organizzata (come nel caso del narcotraffico che domina vaste aree della città) o individuale (come l’attentatore che nel 2019 prese in ostaggio un intero autobus sul Ponte di Niteroi).

I poliziotti del BOPE sono i protagonisti del film Tropa de Elite – Gli squadroni della Morte che nel 2007 lo ha reso famoso anche fuori dal Brasile, rivelando anche con crudezza la violenza delle sue azioni.

È strano arrivare a Rio e vedere i cartelli che indicano le sedi del BOPE: è la sensazione di chi non sa più se sta vivendo nella realtà o in una finzione.

Per me la sensazione era doppia perché una sede del BOPE era proprio accanto alla scuola delle mie figlie, nel quartiere di Laranjeiras, in una combinazione stridente: da una parte la pace protetta del liceo, dall’altra la ferocia della vita vera.

A Rio de Janeiro è spesso così: i poli estremi convivono fianco a fianco in un equilibrio precario e doloroso.

https://www.vozdascomunidades.com.br/geral/exercito-faz-inspecao-dentro-da-sede-do-bope/

Mani

È uno dei tratti brasiliani che non potrete evitare di notare: le coppie girano dandosi sempre la mano. Siano giovanissimi alla prima esperienza sentimentale o anziani che hanno attraversato decenni di vita insieme, camminano mano nella mano con lo stesso affetto e la stessa intimità. E dopo un po’ ti viene voglia di fare lo stesso, anche quando il caldo è intenso e le mani sono un po’ appiccicaticce. Ti vien voglia anche a te di cercare la mano di tua moglie e camminare mano nella mano, e magari ritrovare quella sensazione di essere insieme, di condividere. È solo un’abitudine, un gesto automatico, vi verrà di pensare, ma quante vibrazioni contiene. 

http://www.vibreleve.com/desejos/de/Quero-caminhar-de-maos-dadas/9644

Curau

Dolce di origine africana fatto con mais, latte, zucchero e cannella.

In alcune parti del Brasile è chiamato canjica*, creando così confusione tra i due piatti, che sono effettivamente simili, ed entrambi molto popolari nella festa junina* e nei buffet della colazione.

https://pt.wikipedia.org/wiki/Curau

Canjica

È una pappina a base di mais con burro, zucchero, arachidi, latte di cocco e aromatizzato con la cannella.

È uno dei cibi tipici della festa junina*, ma si trova anche tutto l’anno nei buffet della colazione.

Il nome è di origine angolana, ed è diverso in altre parti del Brasile (mungunzà, munguzà, …). 

https://it.wikipedia.org/wiki/Canjica#/media/File:Munguza.jpg

Colazione

Café da manhã, in portoghese.

La colazione è un affare serio: come si può cominciare la giornata senza una ampia selezione di frutta, tanta frutta, succhi di frutta, dolci, pão de queijo, pomodorini, uova, panini salati, torte salate, torte dolci, dolcetti, paste, yogurt, caffè*, molto caffè, tanto caffè, pão na chapa*, canjica*, curau*, brioche, cereali, bacon, burro, marmellata, rabanada*, miele, pane di ogni tipo? Se manca anche solo un elemento, niente da fare. Se leggete le recensioni scritta dai brasiliani sugli hotel in cui hanno soggiornato, vedrete che uno degli elementi più importanti è proprio la varietà dei cibi proposti per la colazione, che deve prevedere di soddisfare ogni capriccio del cliente.

Per molti, la colazione si fa con pasteis* e succo di frutta, consumati in velocità in piedi alla pasteleria*. Per altri, è solo pão na chapa* con un caffè.

Ma voi, perché rinunciare all’offerta quasi infinita che vi si propone? Trovate una cafateria o una padaria di vostro gusto (Cafeina, ad esempio, o Santa Marta, ma ce ne sono quante ne volete), magari con il sistema a quilo*, prendete quello che stuzzica il vostro appetito e lanciatevi. Se siete avventurosi, provate cibi nuovi come la canjica* o il curau*, e non lasciate nulla di intentato!

https://www.helenabordon.com/cafe-da-manha-rio-de-janeiro/

Canga

Significa “pareo”, ed è l’unica cosa di cui avrete bisogno per andare in spiaggia, o per vivere a Rio.

Sono in vendita dappertutto, distesi sulla sabbia o appesi alle palizzate lungo la Orla*. Sono coloratissimi, con immagini che fotografano luoghi ed elementi della vita carioca.

La qualità del tessuto non è eccellente (in alcuni negozi se ne trovano di migliori) ma sono comunque il miglior souvenir da Rio per voi e per le persone che vi aspettano a casa.

Il prezzo parte di solito da 30/35 R$ in su, dipende da quanto siete bravi a negoziare.

http://rioecariocas.blogspot.com/2013/08/danca-das-cangas.html

sabato 10 luglio 2021

Angu

Polenta in versione brasiliana (ma di origine africana), preparata con farina di mais, che qui si chiama fubá.

È un piatto della tradizione popolare, servito con carne di manzo o di porco.

A Rio è particolarmente conosciuto l’Angu do Gomes*.

https://www.angudogomes.com.br/

Alligatori

 Vedi Caimani*.

Caimani

Riuscite ad immaginare una città in cui uscite di casa e davanti a voi ci sono placidi caimani che prendono il sole sulla riva di un canale, e nella quale dopo piogge particolarmente abbondanti i caimani finiscono sulla spiaggia tra i bagnanti, o in mezzo alle autostrade, o addirittura nelle piscine? Facile, è Rio de Janeiro.

La zona più a ovest della città, dopo Leblon, dopo São Conrado, dopo Barra da Tijuca si chiama Recreio dos Bandeirantes, e vanta l’ultima comunità di caimani allo stato selvaggio – o semi-selvaggio dato che sono comunque circondati da palizzate che dovrebbero trattenerli nella zona a loro riservata – della città. O forse dello stato.

I caimani di Rio (esattamente caimani dal muso largo, nome scientifico Caiman Latirostris che qui si chiamano jacaré de papo amarelo, spesso detti anche alligatori) ci ricordano che questa è una terra selvaggia, solo parzialmente dominata dall’uomo, nella quale la fauna selvatica* (serpenti, balene, alligatori, …) compare e ricompare quando meno ce lo aspettiamo. E che nonostante tutto Rio è una città di frontiera verso un continente indomabile.

A onor del vero, i jacaré di Recreio non sembrano proprio molto selvatici, non almeno fino a quando non spalancano la bocca. Vivono nel parco di Marapendi, nascosti tra le ninfee, e preferibilmente nel canale che esce dal parco e corre lunga la rua Prof. Hermes Lima ed è attraversato da un ponte conosciuto anche come Mirante de Jacaré (cioè osservatorio dei caimani).

L’acqua è fangosa e maleodorante, i caimani annoiati, ma vale la pena andarli a vedere.

Non capita tutti i giorni di vedere le mamme che escono di casa per andare a fare la spesa tenendo per mano i bambini sotto lo sguardo sonnolento di un gruppo di caimani.

https://diariodorio.com/recreio-dos-bandeirantes-e-sua-diversidade-de-animais-silvestres/

Mariposa bruxa

Non confondetevi con lo spagnolo: in portoghese farfalla si dice borboleta, ed è colorata, elegante, allegra. La mariposa è invece la falena, e tra le falene quella più conosciuta è chiamata anche bruxa (strega, si legge “bruscia”) per il colore scurissimo che la distingue: il nome scientifico è Ascalapha odorata e fa abbastanza paura.

Pare ci siano varie tradizioni indigene che collegano la mariposa alla morte, ma farebbe paura comunque perché è di dimensioni MOLTO grandi (ben più della mia mano), ed è facilmente scambiata per un pipistrello.

Ma come, è possibile avere paura di una falena???? È possibile. Provate a ritrovarvene una in casa. Più cercate di scacciarla e più sembra essere convinta di restare. E poi si posa dove neanche ve lo immaginate e ve la ritrovate quando mezzo assonnati, al buio, ve ne state andando a letto. E magari è lì che vi aspetta sul cuscino, o sul comodino.

Non ho mai visto i brasiliani affrontarle direttamente, forse per le superstizioni che la accompagnano.

Però ho visto mia moglie non perdere la calma fino a che non l’ha fatta uscire, mentre io e le mie figlie ce ne stavamo rintanati nell’angolo più protetto della casa, sotto ad una spessa coperta.

https://pt.wikipedia.org/wiki/Ascalapha_odorata#/media/Ficheiro:DruryV1P003AA.jpg

Mate

Papa Francesco lo ha insegnato al mondo: gli argentini bevono il mate, una strana bevanda, anzi un intruglio nel quale ognuno inserisce gli ingredienti che preferisce fino a diventare perfetto. Il mate viene bevuto tramite una cannuccia di metallo (bombilla) da una tazza apposita (che si chiama essa stessa mate), nella quale viene versata poco alla volta dell’acqua calda dal thermos che si tiene sotto l’ascella sinistra.

Gli argentini e gli uruguayani si distinguono per questi tre elementi: thermos, mate e bombilla. Si aggirano felici con il loro armamentario, e se vogliono attaccare discorso con qualcuno si avvicineranno e chiederanno se desiderano provare il loro mate, e offriranno con tutta tranquillità la propria bombilla con buona pace del distanziamento sociale.

Tutto questo per dire due cose: se per le strade del Brasile vedete strane persone con un thermos sottobraccio, sapete già che sono argentini o uruguayani.

E poi, per spiegare che invece, in Brasile, il mate è tutt’altra cosa. Intanto si pronuncia “maci”, ed è un infuso leggero, dal colore rosso paglierino, che si beve freddissimo e magari con un po’ di limone.

È uno degli elementi caratteristici delle spiagge di Rio. La marca più famosa è il Mate Leão*.

https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Man_in_Buenos_Aires_drinking_mate.JPG

Mate Leão

In realtà è una marca precisa di mate*, ma nella mia mente (e quella di tutti) è associato alle spiagge di Rio, di cui è un elemento immancabile e insostituibile. 

Siete in spiaggia e fa caldo, molto caldo, caldissimo. E vi sta venendo una gran sete che non sapete come spegnere. E poi, d’improvviso, sentite il richiamo del venditore che annuncia “Mate! Mate Leão!” e dentro di voi si accende la lampadina: “Sì! Esattamente quello di cui avevo bisogno!”.

Chiamate il venditore, e lì bisogna essere ben pronti, sapere quello che si vuole e dirlo per bene: um mate com limão.

Il venditore ha appesi alle spalle due contenitori: dal primo verserà il mate, aspettando che voi diciate basta. Poi comincerà a versare il succo di limone dal secondo contenitore, e vi porgerà il bicchierino per provare se la miscela è corretta.

Solo quando lo avrete degustato e approvato, il venditore vi sorriderà. E aspetterà di essere pagato.

Gustatevi la bevanda fresca e rigenerante. E ringraziare i venditori che tutto il giorno percorrono la spiaggia sotto il sole rovente e sulla sabbia infuocata per offrirvi questo momento di pura felicità.

Potete provare a rifarvi il mate a casa, ma non sarà mai la stessa cosa.

http://www.multirio.rj.gov.br/index.php/leia/reportagens-artigos/reportagens/913-patrimonio-imaterial-carioca-vendedores-de-mate-e-biscoito-de-polvilho

Engarrafamento

Letteralmente: imbottigliamento, e vuol dire proprio questo. La vita carioca è segnata da continui imbottigliamenti che rallentano il traffico ed espongono gli automobilisti a possibili assalti.

È importante armarsi di pazienza, e volendo consumare quantità indefinite di Biscoito Globo* che nella percezione popolare è l’unica vera consolazione in questi momenti.

https://carros.ig.com.br/2020-10-21/veja-5-medidas-sancionadas-por-bolsonaro-relacionadas-ao-transito.html


Farofa

Farina di manioca*, fritta nel grasso (olio, burro, margarina) con spezie e odori.

Si usa per accompagnare alcuni piatti, tra cui arroz e feijão*.

Ricordate di averne sempre un po' in casa!

https://www.tuttobrasileiro.com/index.php/it/prodotti-latinoamericani/product/farofa-pronta

Arroz e feijão (riso e fagioli)

Piatto fondamentale della cucina brasiliana.

Se ci pensate, non c’è bisogno di molto altro: è un piatto equilibrato, con quello che serve di carboidrati e proteine.

La perfezione però si raggiunge con l’aggiunta dell’ingrediente magico: la farofa*, farina di manioca o mais fritta con spezie e odori.

Così il piatto è davvero irresistibile, con la combinazione del gusto neutro del riso, la corposità dei fagioli e il salato piccante della farofa.

Semplicissimo, ma da leccarsi i baffi.

Dopo qualche giorno non ne potrete più fare a meno.

Tuffatevici.

https://comida.umcomo.com.br/receita/como-fazer-arroz-com-feijao-preto-9320.html

Feijão (fagioli)

Insieme al riso, costituiscono il piatto principale della dieta brasiliana: arroz e feijão. Si mangiano come accompagnamento oppure semplicemente come pasto completo.

Da non confondere con feijoada* che è molto più pesante e con carne.

PER I VEGETARIANI: anche se la ricetta tradizionale non lo prevede, a volte i fagioli possono essere cotti con la carne. Verificate. 

https://www.tudogostoso.com.br/receita/169692-feijao.html

Famiglia

Se quando sentite la parola famiglia vedete davanti ai vostri occhi una foto con papà-mamma-figlio-figlia vuol dire che siete proprio vecchi. No, nemmeno antiquati: proprio vecchi. Perché ormai quel modello non si trova più nemmeno nella vecchia Europa, figuriamoci nel giovane, prorompente Brasile.

I brasiliani si sposano e risposano con una agilità che noi nemmeno ci immaginiamo. E il Brasile ha un tasso di natalità quasi doppio di quello dell’Italia.

Il censimento del 2010 ha messo in luce i cambiamenti radicali che stanno avvenendo in tutto il paese (vedi qui): famiglie monoparentali, famiglie composte da coniugi già divorziati con rispettivi figli, famiglie omoaffettive (il matrimonio tra persone dello stesso sesso è possibile dal 2011), famiglie miste, e chi più ne ha più ne metta.

Inoltre, ci sono elementi culturali che rendono la famiglia brasiliana di difficile comprensione per noi stranieri. Le donne giocano un ruolo molto importante, ed ancor più delle madri, spesso impegnate nel lavoro, sono le nonne (avó, o più affettivamente vovó) che si occupano della conduzione della casa e della cura dei bambini.

Nella famiglia brasiliana hanno spesso un ruolo importante i padrini e le madrine (padrinho e madrinha). Anzi, è stato proprio in Brasile che ho scoperto cosa fossero veramente: un genitore supplementare che si prendere carico del bambino in caso di impossibilità o morte dei genitori naturali.

E poi ci sono tutte le persone che si definiscono parenti di “consideração”, persone che per affetto si considerano quasi parte della famiglia naturale. Tutti parlano di zie non zie, di nonne non nonne e così via. Non è facile da seguire, ma dà l’immagine di una società in cui la famiglia gioca un ruolo essenziale anche se i legami non sono sempre comprensibili.

D’altra parte, non possiamo dimenticare che il Brasile è anche il paese in cui – nei gruppi sociali più emarginati, poveri, e soprattutto tra gli afrodiscendenti - tanti bambini vengono lasciati a loro stessi, il divorzio è pratica diffusissima, l’abbandono della famiglia (soprattutto da parte dei padri) è una piaga sociale. Il sociologo Jessé Souza spiega questa negligenza dei rapporti familiari come una eredità del passato schiavista, in cui i rapporti famigliari venivano del tutto scoraggiati se non impediti, dato che i gruppi erano destinati ad essere spezzati in onore delle leggi del mercato (A elite do atraso: da escravidão à Lava Jato, 2017, p. 99).

La situazione, si vede, è complessa e in continua evoluzione. Vivere a Rio mi ha certamente aiutato ad elaborare una diversa percezione delle nuove famiglie. E a non stupirmi più se una ragazza mi parla di sua moglie.


A familia, di Tarsia Amaral

https://www.todamateria.com.br/familia-contemporanea/

venerdì 9 luglio 2021

Fellini

A Leblon trovate il ristorante Fellini. Nel centro più centro di Rio, una panetteria ha scelto di chiamarsi La Dolce Vita. Lo stesso un club di Copacabana. Nella libreria della galleria del cinema Estação Net di Ipanema, un piccolo poster di Amarcord.

Il nome di Fellini (e dei suoi film più famosi) è diventato sinonimo di italianità in tutto il mondo. Un brand che richiama l’attenzione dei clienti.  Per me è un legame con la mia città, con la mia storia.

Dalì l’avrebbe chiamata “persistenza della memoria”.

https://guialeblom.blogspot.com/2013/09/restaurante-quilo-no-leblon.html

Tapioca

La tapioca è farina di manioca*, utilizzata per fare delle piccole piadine. Osservate attentamente la preparazione, e ditemi se non è una specie di miracolo.

La farina di tapioca viene messa direttamente sulla piastra calda, senza altro ingrediente, ed ecco che, voilà!, si trasforma in piadina. Dalla strana consistenza e pressoché senza sapore, ma sembra proprio una magia.

E poi dentro ci potete mettere tutto quello che volete. Ma proprio tutto, perché la tapioca si può fare sia salata che dolce. A me piaceva con formaggio e origano, o con banane e cannella (e si può aggiungere anche latte condensato).  Ma si può fare anche con pollo e formaggio catupiry, con mozzarella e prosciutto, e con tutto quello che vi può venire in mente.

Mi piaceva fermarmi ai carretti dei venditori ambulati, super-attrezzati ed in genere puliti. Si trovano dappertutto, e sempre pronti a servirvi.

Ma poi, comprate anche la farina di tapioca e provate a prepararvela voi stessi. Cercate di capire le quantità e i tempi ideali, e poi lanciatevi in nuove composizioni. 

Pare tra l’altro che la tapioca abbia ottime proprietà nutrizionali: non è grassa, non ha glutine, ha un alto potere energetico e rafforza le difese immunitarie. 

https://static.sscontent.com/prozis/contents/products/tapioca-500-g-tapioca-recipe_1008x670_541763_607645.jpg

Carretto dei dolci

Mentre tutti gli altri venditori ambulanti si fanno pubblicità con richiami più o meno a squarciagola, il carretto dei dolci si annuncia con una trombetta di quelle delle macchine dei film di Stanlio e Ollio, o da bicicletta per bambini.

Quando sentite la trombetta, sapete che sta per arrivare il carretto nel quale, sotto la copertura di vetro, fanno bella mostra di sé bolos e pudins di ogni genere.

Osservate il modo in cui sono disposti, e fatevi ispirare. Scegliete e ordinate: il venditore sarà felice di servivi con ogni riguardo, tagliando con cura la fetta che vi spetta, e porgendovi il piattino con garbo.

E festeggiate: c’è sempre un motivo per farlo!

https://drinkteatravel.com/cultural-closeup-dessert-carts-brazil/

São Bento, Mosteiro de

Già ho qualche difficoltà a digerire le chiese: tranne qualche rara eccezione, per quanto armoniose, artisticamente riuscite e persino mistiche, le trovo sempre opprimenti e soffocanti.

Le chiese brasiliane mi provocano la stessa reazione all’ennesima potenza, perché qui oltre a santi, martiri, icone e lapidi c’è anche l’oro, un sacco di oro, una enormità di oro. E tutto questo oro gronda sangue, un sacco di sangue, una enormità di sangue degli schiavi (schiavizzati*) che lo hanno dovuto estrarre, lavare, lavorare, trasportare, pulire, lisciare, far brillare per l’eterna gloria di Dio e del suo popolo. Amen.

Tra tutte le chiese del Brasile, una delle più opulente è senza dubbio questa, che dall’alto di una collina che sovrasta praça Mauá* guarda con sufficienza alla miseria della città che la circonda.

Dall’esterno sembrerebbe quasi innocua. Ma poi.

Decorata fino all’impossibile, è l’unica che ho visto in Brasile in cui l’ingresso principale è marcato da un portale ad arco e con tutte le volute e svolazzi che il barocco abbia inventato.

La domenica, alle 10, c’è la messa accompagnata da canti gregoriani, cui partecipa la Rio più snob e tradizionalista.

Se pensate di reggere alla sontuosità del canto, alla pesantezza dell’arredo, al ricordo degli schiavizzati e all’arroganza della Rio snob, andateci. Anzi, arrivate con almeno mezz’ora di anticipo per trovare posto.

Ci potete andare in taxi oppure prendendo il tram VLT, scendendo alla fermata São Bento e facendo a piedi la breve ma ripida strada che porta su su fino al monastero.

https://www.feriasbrasil.com.br/rj/riodejaneiro/mosteirodesaobento.cfm

São Bento, Colégio

Vicinissimo al Museu do Amanhã*, e proprio sotto al monastero che porta lo stesso nome, si trova il Collegio São Bento, l’istituzione scolastica migliore di tutto il Brasile. Fondato nel 1858 e gestito dai benedettini del convento adiacente, è una delle poche scuole brasiliane riservata i soli maschi. Ricchi, aggiungo io, dato che la retta mensile corrisponde più o meno a due salari minimi, e questo significa che una buona fetta della popolazione non può nemmeno sognare di mandarci i propri figli, per quanto maschi.

Ogni anno gli studenti di São Bento ottengono i risultati più alti nell’ENEM,* e scatta la polemica: una scuola di tale eccellenza, non dovrebbe essere accessibile anche alle ragazze?

Al momento, la direzione ha deciso di continuare con la tradizione. E di continuare a pagare la multa annuale che punisce la discriminazione di genere piuttosto che aprire le porte al gentil sesso.

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SAARA

Uno dei luoghi in cui il Brasile incontra l’Africa, come se le placche tettoniche non si fossero mai separate.

Se avete voglia di atmosfera da suq, prendete la metro e scendete a Uruguaiana. È lì che si concentra il più gran numero di negozi, bancarelle, venditori ambulanti, grida di ogni genere, mamme con figli, padri con pacchi strabordanti, montature d’occhiali e insalate pronte, giochi per bambini e scarpe, cover per cellulari e borse di imitazione, e gente, gente, gente in ogni dove.

Si chiama SAARA: sembra un riferimento all’atmosfera da mercato nordafricano, ma è una sigla che significa Sociedade de Amigos das Adjacências da Rua da Alfândega. Ad ogni modo, l’associazione di idee funziona, ed aiuta la memorizzazione.

Se un carioca deve comprare qualcosa, va al Saara. Quaderni per la scuola? Saara. Biancheria per la casa? Saara. Maschere per carnevale? Saara.

La varietà è tanta, e i prezzi imbattibili. Bisogna un po’ mercanteggiare (siamo in un mercato africano, ricordate?), ma si può spuntare qualche buona occasione.

E soprattutto guardatevi intorno. Osservate le mercanzie e le persone, sbirciate nei negozi che per i vostri occhi accecati dal sole saranno bui come la pece, ascoltate i richiami. Le strade e i negozi non sembrano finire mai. Al centro di tutto, il mercato coperto di Uruguaiana, che al confronto il Gran Bazar di Istanbul sembra asettico e ovattato.

Nel bailamme del mercato trovano spazio anche tanti mendicanti e senzatetto, a ricordarci l’altra faccia del consumismo.

L’area non è sempre sicura: fate attenzione.

Da evitare accuratamente durante il fine settimana quando è completamente deserta.

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Precisione

Non provate a sgarrare, almeno non su questo.

Tutto a a Rio vi potrà sembrare dominato dalla massima confusione, è vero, ma c’è un argomento su cui non si transige. Mai.

Se dovete salutare qualcuno, controllate prima l’ora, con somma cura. E se sono le 12.01 non provate nemmeno a dire “Bom dia” con quella faccina innocente: ci sarà sempre qualcuno che vi correggerà, con un sorriso burbero e inflessibile. È scattata l’ora della “Boa tarde”, e solo voi non ve ne siete accorti: che sbadati!

Che sia l’autista dell’autobus o la commessa del supermercato, l’importante è essere precisi, e si sentiranno tutti molto importanti nel correggervi.

E alle 18.00 in punto attenzione: diventa “Boa noite”. Ormai lo dovreste avere imparato, no?

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Pioggia

Torrenziale, paurosa. Trasforma le strade in fiumi in piena, trascinando tutto ciò che incontra.

Poi, d’improvviso smette, e torna il sereno.

La prima pioggia a Rio mi è sembrata un uragano: porte a soffietto divelte dal vento, cortile interno inondato dall’acqua. Mi aspettavo di veder uscire topi, coccodrilli o anaconda da qualsiasi tombino o fessura del selciato.

In occasione di piogge particolarmente intense (noi le chiameremmo bombe d’acqua) mi è capitato anche di non poter uscire di casa: l’acqua era troppo alta. Unica soluzione: ho chiamato un taxi che è entrato fino al garage del palazzo, e dal quale mi sono fatto portare alla più vicina fermata d’autobus che fosse tra le terre emerse della città allagata.

La pioggia compare spesso nella cultura e nella musica brasiliane: Jorge Ben Jor pregava la pioggia di smettere e di evitare di bagnare il suo amore divino (Chove Chuva) mentre Tom Jobim* descriveva la dolcezza delle piogge di marzo, quando la torrida estate lascia finalmente spazio alle promesse dell’autunno tropicale (Aguas de Março). All’inizio mica lo avevo capito: marzo, per me che vengo dall’emisfero boreale, era l’inizio dell’estate. Solo dopo parecchi ascolti, e parecchi mesi, ho invece capito che qua, nel mondo a testa in giù, era tutto al contrario, e marzo segnava la fine dell’estate. E che per noi estate significa felicità, mentre ai tropici l’estate è anche la calura insopportabile da cui non sembra esserci scampo.

Che bello stupirsi di queste differenze.

Attenzione: i temporali non sono da prendere sotto gamba. Sono pericolosi davvero: state al riparo.

https://www.sandiegouniontribune.com/sdut-violent-rain-storm-sweeps-over-rio-de-janeiro-2014jan16-story.html

Portoghese

Due nazioni divise da una lingua comune: di chiunque sia, la frase – che si riferiva a Regno Unito e USA – si adatta perfettamente alla distanza tra il portoghese brasiliano e quello lusitano.

Molte barzellette brasiliane parlano proprio delle incomprensioni tra brasiliani e portoghesi, e ogni brasiliano ha almeno un episodio da raccontare occorso durante una visita nella terrinha*.

È soprattutto la pronuncia a rendere difficile la comunicazione: eccessivamente contratta quella dei portoghesi, troppo distesa e lenta quella dei brasiliani. Ne parlano estesamente Gregorio Duvivier (membro del gruppo Porta dos Fundos*) e Ricardo Araújo (attore portoghese) nello spettacolo “Um Português e um Brasileiro Entram num Bar”, disponibile su YouTube. Se volete misurare lo stato del vostro portoghese, provate a dare un’occhiata.

Altrimenti, godetevi il video seguente. E ricordate: è tutto vero!

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Porta dos Fundos

È questa la vera enciclopedia carioca, altroché.

Nel 2012, un gruppo di simpatici buontemponi carioca decise di creare un canale YouTube con brevi sketch umoristici. Da allora, Porta dos Fundos è lo specchio delle abitudini e dei tic della società brasiliana - in particolare carioca - prendendo spunto da elementi della cultura locale o della storia, ma ancora di più seguendo gli eventi del giorno presentandoli con ironia intelligente e irresistibile.

La satira di Porta dos Fundos non risparmia nessun tema, nemmeno i più delicati e sensibili: religione, sesso, vita familiare, politica (molta politica, anche quando non sembra), lavoro, lingua, lockdown, storia, schiavitù, razzismo, cultura, tendenze.

Ma il tema vero e costante è sempre, inevitabilmente, Rio, con i suoi personaggi, le sue storie, le sue atmosfere.

Ai cinque componenti originari se ne sono via via aggiunti di nuovi, tutti bravissimi e amatissimi dal pubblico.

Andate a vedere i video su YouTube o scaricate la loro app. Poco alla volta vi sembrerà di entrare a far parte della loro grande famiglia, imparerete a conoscere e a riconoscere le particolarità di ciascun personaggio e le peculiarità della vita brasiliana, osservandole da un punto di vista privilegiato: dal buco della serratura della porta di servizio.

https://epocanegocios.globo.com/Informacao/Acao/noticia/2014/12/porta-dos-fundos-e-o-canal-mais-popular-do-youtube-em-2014.html

Palme

Ondeggiano le palme al vento atlantico, ondeggiano le onde del mare, ondeggiano i suonatori di choro al ritmo della musica lieve, ondeggia la montagna nel calore del meriggio, ondeggiano sotto la mia finestra le fronde delle palme di notte, ondeggiano le luci e le ombre in uno scenario teatrale.

Palme dappertutto sulla Orla e nei vicoli della città, palme altissime al Jardim Botánico, palme ombrose e palme intirizzite, palme carnose e palme lambite dalla spuma del mare. 

giovedì 8 luglio 2021

Praia Vermelha

Spiaggetta a mezzaluna, dietro il Pão de Açúcar, tra il Morro da Urca e il Morro da Babilônia. Uno dei luoghi preferite dalle famiglie locali per trascorrere la domenica, anche se non proprio in tranquillità (dato l’alto numero di frequentatori) almeno in un bel panorama.

Il panorama è davvero bello, tra le due grandi rocce bordate di alberi.

Se volete avere una vista ancora migliore andate al Círculo Militar, al limite destro della spiaggia, attraversate la grande sala mensa, passate davanti al gruppo che probabilmente starà intrattenendo il pubblico (fatelo tranquillamente, nessuno vi biasimerà) e chiedete di andare nel giardino. Qui mangiare costa un po’ di più della mensa self-service, perché qui invece c’è servizio ai tavoli. Il cibo è di qualità media, i prezzi un po’ alti, ma sarete ripagati dalla vista sulla spiaggia e sul Pão de Açúcar. E se andate ai servizi, guardatevi intorno quando sarete vicino ad una torretta di guardia: vi sembrerà di essere in Grecia.

Al lato opposto, cioè al limite sinistro della spiaggetta, troverete l’accesso ad una delle passeggiate più belle della città: la Pista Claudio Coutinho*: viste mozzafiato, mare blu, rocce scoscese, foresta atlantica, scimmiette (micos: non date loro cibo e non avvicinateli!), uccellini rossi (tiê-sangue) e tanti altri animali selvatici. Vedrete tante persone praticare gli sport di roccia. Ma basterà guardarvi intorno ed ascoltare il rumore del mare per sentirvi a mille miglia dalla grande città, che invece vi aspetta proprio dietro l’angolo.

Quindi, mettete in conto di passare almeno un pomeriggio a Praia Vermelha: ne verrà la pena. Ne uscirete rinfrancati, e un po’ più innamorati di Rio.

 
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Valeu

Ai carioca piace essere carioca, e fanno di tutto per confermarlo. Quindi, quando devono ringraziare invece del più generico “obrigado” sono felicissimi di dire “valeu!” con una elle ben enfatica, che quasi sembra ci mettano una i tra la elle e la e. E già che ci sono, usano “valeu” anche per salutare, invece di dire “adeus”.

Secondo loro, la parola fa parte di quel repertorio di “gírias” (modi di dire) tipici di Rio. A dire il vero mi sembra di averla sentita anche altrove, ma meglio non addentrarci troppo rischiando di urtare la sensibilità dei locali.

Mi hanno spiegato il significato dicendo che è la terza persona singolare del passato del verbo valer, cioè valere, come a dire: “ne è valsa (la pena)”.

La spiegazione non mi soddisfa molto. Preferisco pensare che venga direttamente dal latino “vale” che significa addio. Lo si legge anche su qualche sito internet.

Ad ogni modo, quale che sia la sua origine, usatelo più che potete.

Capiranno lo stesso che siete gringos, ma apprezzeranno lo sforzo!

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Churrasco

Come per la rabanada*, per la birra*, o per la paçoca*, ogni volta che i brasiliani ne parlano è come se fosse la prima volta, come se fosse l’ultima delizia scoperta. Il churrasco è il barbecue, ed è probabilmente l’hobby preferito delle famiglie carioca, il momento sociale per eccellenza (insieme alla feijoada*).

Il churrasco è una cosa seria, ed ogni casa che si rispetti ha un luogo riservato con barbecue in muratura pronto per grigliare carne in quantità.

Ogni passaggio importante della vita è segnato da un churrasco, ogni momento è buono per improvvisarne uno. E se non avete voglia di farlo da voi, potete andare in una delle mille churrascarias, ristoranti specializzati in grigliate pantagrueliche – spesso con la modalità del rodizio* - dalle quali emergere solo dopo aver mangiato tutto, ma proprio tutto, quello che vi è stato offerto.

Vi sentirete davvero parte della società carioca quando sarete invitati ad un churrasco.

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Ypiranga, edifício

Non ditemi che non ha incuriosito anche voi.

Le due colonne di balconi gemelli, le forme streamline, le travi che spuntano come la prua di una nave, e il nome indigeno, dal suono poetico.

Se ne sta lì, tra i tanti edifici anonimi della Avenida Atlantica che quasi quasi sembra non voler farsi notare. E invece, come passare inosservato?

Finalmente, dopo anni che lo guardavo da lontano, sono riuscito ad avvicinarmi, e ho persino chiesto al porteiro di poter entrare nella hall di ingresso.

Quale sorpresa quando da una placca sul muro ho scoperto che per 65 anni nell’attico dell’edificio c’era stato lo studio dell’architetto Oscar Niemeyer*, nume dell’architettura brasiliana.

Che abbia scelto questo edificio conferma la mia impressione sul suo valore architettonico (insomma, mi ha fatto sentire un vero esperto!).

Sembra che Niemayer dicesse che quando andava sul balcone gli sembrava di essere su una nave.

Rio de Janeiro è ricco di edifici di valore artistico, soprattutto quelli in stile Art Déco, che aspettano di essere recuperati e valorizzati.

L'Edifício Ypiranga è uno di questi.

Costruito nel 1930 da Gustavo Joppert (ma le curve dei balconi sarebbero state pensate dalla coppia Freire-Sodré secondo il sito https://www.flickr.com/photos/74982136@N00/38193688131), all’epoca ricevette il soprannome di Mae West, un’attrice molto popolare all’epoca per le sue curve.

Tra l’altro, la parola tupi significa “acqua torbida”.

Andate a vederlo, e guardatelo da sotto in su, e ditemi se non vi fa girare la testa!


L’indirizzo è: Avenida Atlântica n. 3940.Molte di queste informazioni, e le foto seguenti, vengono dal sito: https://www.facebook.com/RioCasasePrediosAntigos/posts/1769172023229970/



7 a 1

(pronuncia “seci a un”). Insomma, ricordate la partita semifinale dei mondiali di calcio del 2014, gli occhi del mondo puntati su Belo Hor...