Chiamata anche semplicemente Farme.
Famosa per essere uno delle strade gay dell’America Latina, sbocca
sull’Atlantico all’altezza del Posto 9, ritrovo della comunità LGBTQ+, ma è
molto più di questo. Ci sono ristoranti, bar, caffetterie, soprattutto negli
isolati più verso il mare, ma anche panetterie, ferramenta, un ospedale, depositi
di materiali per l’edilizia. All’ombra quasi fresca degli enormi ficus si muove
un’umanità varia che va dall’agente finanziario in giacca e cravatta a surfisti
seminudi con le loro tavole da surf sottobraccio, muratori coperti di polvere, bagnanti
scalzi, venditori di pop corn, chioschi che fanno copie di chiavi, il banchetto
di un riparatore di orologi, senzatetto che ormai fanno parte della comunità
locale, studenti con le t-shirt dell’uniforme scolastica, stranieri di ogni
genere, signore con eleganti cani al guinzaglio, padri che portano a casa
enormi buste di pane, avventori del negozio di succhi all’angolo, timidi
studenti gringo della piccola scuola di lingue che a fine settimana si
trasformano in festanti bevitori e sambisti, camerieri del piccolo pub che
preparano i tavoli per la sera, robot in lamiera che sembrano usciti da un
giornaletto degli anni 60, tassisti che aspettano il turno lungo il
marciapiede, ebrei ortodossi con le fedine al vento, gente di tutti colori, microcosmo
della condizione umana, con contrasti pacati ma lo stesso stridenti, con un
apparente possibilità di convivenza tra le diversità (Ipanema, per quanto
intellettuale e trasgressiva, conta anche molti abitanti bolsonaristi) ma dove
i conflitti possono riaccendersi in un momento, soprattutto verso i più deboli,
i più poveri. Ho visto signore perbene fermarsi a chiacchierare con un
ragazzino senzatetto, e signori altrettanto perbene prendere a calci un
mendicante accusandolo di aver mancato di rispetto la sua signora. Tutto il
Brasile si riassume in questa strada: non si può starne lontano.

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