mercoledì 23 giugno 2021

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È l’odissea quotidiana, il viaggio in Brasile e le sue contraddizioni e differenze.

Darei non so cosa per fare ancora una volta quel viaggio, con le sue scomodità e i volti e il momento magico all’alba alla Baia di Botafogo quando il sole è radente al mare e sembra per un istante di essere in Impression – Soleil Levant di Monet, e lo sguardo rapido al Redentore tra i palazzi, e quella piccola strada che parte a destra all’inizio della Pinheiro Machado, davanti all’Università Santa Ursula, che chissà dove va, inerpicandosi per la salita lieve, con un aspetto di mondo d’antan fresco e leggermente umido di pavimenti di piastrelle e finestre dalle persiane colorate.

E poi il palazzo di Guanabara, lo stadio del Fluminense, e poi il grande cavalcavia di Laranjeiras che speravo sempre di vedere le mie figlie passare andando a scuola, proprio lì di fianco a dove stanno i senzatetto sulle loro coperte grigie, e poi il tunnel Santa Barbara, uno degli incubi degli autisti carioca che sanno che prima o poi ci sarà un assalto o un incidente, e poi riemergere nel sole proprio sotto a Santa Teresa, che qualcuno ci dovrà ben abitare qui – ma non è dove hanno ucciso il motociclista italiano che era entrato dove non doveva? – e poi la grande curva che porta a Catumbi con la pastelaria* in ombra, e i succhi gelati e le persone che fanno colazione, e poi passare vicino vicino al Sambodromo, che quando non è carnevale sembra un bestione domato su cui passano automobili sparute, e i ragazzi che salgono alle fermate, qualche docente, e qualcuno che non c’entra niente, e poi via sulla Getulio Vargas fino alla Prefeitura, e poi l’ultima fermata e l’autobus sembra scoppiare – vuoi che ti tenga lo zainetto? – e ancora sulla Linha Vermelha, la strada a grande scorrimento che si lascia veloce quartieri e favelas a destra e sinistra, con quella scritta del meccanico col nome hollywoodiano di Toretto, e poi le scuole della Maré, timido tentativo di celare la realtà, e gli avvoltoi a decine appollaiati sui lampioni con il loro collo ricurvo che sembra di essere in un film western fino al ponte che sembra un cigno, e poi si entra al Fundão, le prime persone cominciano a scendere, e la maggior parte che scende a ingegneria, e i pochi che restano fino a Lettere e dopo l’ultima curva strettissima, che ti porta via, andiamo, tocca a noi, chissà se avrò tempo di bere un caffè.



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