È l’odissea quotidiana, il viaggio in Brasile e le sue contraddizioni e differenze.
Darei non so cosa per fare ancora una volta quel viaggio, con le
sue scomodità e i volti e il momento magico all’alba alla Baia di Botafogo
quando il sole è radente al mare e sembra per un istante di essere in Impression
– Soleil Levant di Monet, e lo sguardo rapido al Redentore tra i palazzi, e
quella piccola strada che parte a destra all’inizio della Pinheiro Machado,
davanti all’Università Santa Ursula, che chissà dove va, inerpicandosi per la
salita lieve, con un aspetto di mondo d’antan fresco e leggermente umido
di pavimenti di piastrelle e finestre dalle persiane colorate.
E poi il palazzo di Guanabara, lo stadio del Fluminense, e poi il
grande cavalcavia di Laranjeiras che speravo sempre di vedere le mie figlie
passare andando a scuola, proprio lì di fianco a dove stanno i senzatetto sulle
loro coperte grigie, e poi il tunnel Santa Barbara, uno degli incubi degli
autisti carioca che sanno che prima o poi ci sarà un assalto o un incidente, e
poi riemergere nel sole proprio sotto a Santa Teresa, che qualcuno ci dovrà ben
abitare qui – ma non è dove hanno ucciso il motociclista italiano che era entrato
dove non doveva? – e poi la grande curva che porta a Catumbi con la pastelaria*
in ombra, e i succhi gelati e le persone che fanno colazione, e poi passare
vicino vicino al Sambodromo, che quando non è carnevale sembra un bestione domato
su cui passano automobili sparute, e i ragazzi che salgono alle fermate, qualche
docente, e qualcuno che non c’entra niente, e poi via sulla Getulio Vargas fino
alla Prefeitura, e poi l’ultima fermata e l’autobus sembra scoppiare – vuoi che
ti tenga lo zainetto? – e ancora sulla Linha Vermelha, la strada a grande
scorrimento che si lascia veloce quartieri e favelas a destra e sinistra, con
quella scritta del meccanico col nome hollywoodiano di Toretto, e poi le scuole
della Maré, timido tentativo di celare la realtà, e gli avvoltoi a decine
appollaiati sui lampioni con il loro collo ricurvo che sembra di essere in un
film western fino al ponte che sembra un cigno, e poi si entra al Fundão, le
prime persone cominciano a scendere, e la maggior parte che scende a
ingegneria, e i pochi che restano fino a Lettere e dopo l’ultima curva
strettissima, che ti porta via, andiamo, tocca a noi, chissà se avrò tempo di
bere un caffè.

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