martedì 29 giugno 2021

Autobus 1

Non è raro che gli autisti d’autobus si mettano a fare gare che neanche Fast and Furious.

Non è divertente: la smania di correre, anche a costo di mettere a repentaglio l'incolumità dei passeggeri, porta a veri eccessi. Nel 2017, un autobus della linea che prendevo regolarmente ha imboccato con troppa velocità una curva, nei pressi dell'aeroporto Santos Dumont, a pochi metri dal Consolato d'Italia. Non è stato uno scherzo: l'autobus si è rovesciato, e vari passeggeri sono rimasti feriti.

https://oglobo.globo.com/rio/onibus-tomba-perto-do-aeroporto-santos-dumont-deixa-feridos-21462060

Alcuni autisti personalizzano il vano del conducente con oggetti personali. Uno che incrociavo spesso si era fatto una nicchia interamente dedicata alla squadra del Flamengo* con bandiere e ammennicoli di ogni genere, e sparava musica ad altissimo volume. Questo almeno dalle 6.15 del mattino.

461

Sao Cristóvão – Ipanema

Ho detto a Fabiano: si capisce subito che il 461 va a Ipanema. Gli autobus sono nuovi, c’è l’aria condizionata. Gli abitanti di Ipanema vanno trattati bene.

Ha risposto: sono quelli che lavorano per gli abitanti di Ipanema che vengono trattati bene. Gli abitanti di Ipanema non prendono mica l’autobus!

 

https://veja.abril.com.br/brasil/prefeitura-determina-reforco-da-frota-de-onibus-na-zona-sul/ 

È la linea più rapida che mette in collegamento la zona nord con Ipanema, passando dalla stazione ormai dismessa della Leopoldina e per il tunnel Rebouças*, una delle arterie più trafficate della città, incubo degli automobilisti per le possibili code e gli altrettanto possibili assalti nel buio delle gallerie.

All’uscita del tunnel ci si ritrova sulla riva della Lagoa Rodrigo de Freitas*, uno dei luoghi più amati dai carioca, con la bella vista sul Redentore* e sui Dois Irmãos*. 


lunedì 28 giugno 2021

321 - 323 - 325

Vengono dalla zona Nord, passano per l’isola universitaria del Fundão e continuano fino alla chiesa di Santa Luzia nel quartiere denominato Castelo e che già fu il distretto dei ministeri ai tempi in cui Rio era capitale. 

Da prendere all'arrembaggio, tra frotte di altre persone che sussurrano affannati "Castelo Castelo" mentre cercano di capire dove l'autobus alla fine si fermerà, sperando che si apra uno spazietto, anche piccolo piccolo, per mettere almeno un piede, un dito di un piede sul predellino e non dover più restare ad aspettare sotto il sole cocente. Perché di autobus diretti a Castelo ce n'è una quantità, ma arrivano e partono tutti insieme, per cui, se niente niente sei un po' sfortunato, ti tocca aspettare un tempo indefinito, cercando accuratamente l'unico spazio d'ombra rimasto vuoto, e avvicinandoti pericolosamente alle altre persone in attesa per rubare un pochino di frescura nel forno che ti circonda. 

Trasportano in genere persone modeste, che vengono dai quartieri della periferia e vanno a lavorare nel centro o nella zona sud*. Alcuni sono camelô* che partono chissà da dove con le loro casse di polistirolo (isopor) nelle quali trasportano bevande gelate o quentinhas* da cui provengono talvolta odori invitanti che si mischiano agli odori di varia umanità (su questi autobus l’aria condizionata è generalmente solo un miraggio).  

La gente sorride, e se dai una mano a spostare i loro carrelli ti ameranno alla follia.

È qui che si incontra Rio. 

https://onibusbrasil.com/kaiomar/6037224


Volta Querida

Ad una finestra vedo un lenzuolo appeso, con la scritta Volta Querida, torna mia cara. Mi immagino un uomo lasciato dalla propria donna, dalla propria ragazza, e mi intristisco. 

Poi mi immagino che sia un padre devastato dalla scomparsa della figlia, e sono sempre più affranto. 

Solo dopo mesi scopro che per i brasiliani Querida è inequivocabilmente Dilma Roussef, così chiamata con affetto dall’ex presidente Lula, suo sostenitore nella corsa alla presidenza. 

Volta Querida è la speranza di quei brasiliani che auspicavano che Dilma tornasse dopo il colpo di mano che l'aveva messa fuori gioco per mettere al suo posto il vicepresidente Michel Temer.

Un bell’esempio di quanto la lingua sia molto più del significato letterale delle parole.


https://www.facebook.com/Volta-Querida-921666264599354/

Sebo

Rivenditori di libri di seconda mano. 

Il nome pare venga proprio dal sebo, cioè il grasso che le mani dei vecchi proprietari hanno lasciato sui libri.

L’immagine non è elegante, ma il commercio è intenso anche se in forte calo. Ogni giorno si leggono appelli a salvare le librerie di ogni genere, e quelle di seconda mano sono tra le più a rischio. 

Esiste anche un sebo virtuale, un sito chiamato Estante Virtual, al quale partecipano molte librerie brasiliane: https://www.estantevirtual.com.br/garimpepor/sebos-e-livreiros    


https://bafafa.com.br/arte-e-cultura/letras-e-livros/sebo-beta-de-aquarius-compra-acervos-e-bibliotecas-em-domicilio

Volte sempre

Lo so che è solo un modo di dire di routine, lo so che in verità non significa niente, ma mi commuove sempre un po’ quando prima di uscire da un negozio, da un caffè, da un ristorante, il commesso o la cameriera salutano dicendo “torni sempre”. È come se improvvisamente esistessi, come se la mia presenza potesse effettivamente dare felicità a qualcuno, come se per qualcuno fosse reale la speranza di vedermi nuovamente. È uno dei privilegi dell’essere straniero: le parole hanno ancora un significato che va al di là del valore d’uso comune.

https://tapete.art.br/produto/tapete-com-arte-volte-sempre-bege/


Santa Marta

Tra le cose che mi hanno fatto innamorare di Rio, anzi di Ipanema, anzi dello specifico incrocio tra Rua Nascimento Silva e Farme de Amoedo ci sono le tende rosse della Padaria Santa Marta. Per mesi, ogni mattina, sono andato a fare colazione lì, con pão doce colegial e un café com leite (che chiamano anche semplicemente média).

Niente di più bello che arrivare al mattino, quando ancora l’aria è fresca, gli studenti vanno verso scuola nelle t-shirt dell’uniforme scolastica, tra le fronde degli alberi trapelano i bagliori solari disegnando ombre sui palazzi, e l’odore di birra del bar dei tassisti non è ancora troppo forte. Basta prendere la comanda*, la piastrellona di plastica che servirà per segnare le consumazioni, e sperare che ci sia un posto libero. Probabilmente il tavolo sarà un po’ appiccicoso, per terra sarà pieno di briciole, ma il mondo è bello, e basta sussurrare “o de sempre” per vedersi recapitare – prima o poi, senza fretta, ma tanto che vuoi, ho tutto il Globo da leggere – il pão doce, con le tre righe di crema e il sapore leggero, e una bella tazza di caffelatte, che quasi quasi può anche sembrare un cappuccino, e ti sembra di essere nel centro esatto del mondo, che nemmeno le notizie che leggi ti possono far uscire dal quel sopore sorpreso, e solo quando ti alzerai per pagare, e tornerai dalla cassiera sgarbata – no, forse non sgarbata ma solo totalmente indifferente alla tua presenza – e passerai tra i tavoli stracolmi di delizie di ogni forma e colore, allora potrai anche cominciare la giornata che si estende davanti a te, e farai il giro dell’isolato passando dalla parte più lunga per godere ancora un momento della serenità del mattino e della gioia di essere lì, in quell’istante.

https://paesnovorio.com.br/shop/product/pao-doce-colegial-de-creme-308#attr=182

Cappuccino

Chiariamolo subito: non è cappuccino!!! È normalmente una bevanda con aggiunta di ogni tipo di spezie e sapori. Assomiglia più a un bibitone di Starbucks che al cappuccino italiano.

Se volete qualcosa che si avvicini di più al gusto italiano, chiedete un café com leite (detto anche média). Non è la stessa cosa, non ha la schiumina che ci fa impazzire, ma almeno non ha aggiunta di cioccolato-cannella-panna montata e molto altro. 

https://en.tripadvisor.com.hk/LocationPhotoDirectLink-g303322-d12494057-i369579635-Cardabelle_Padaria-Brasilia_Federal_District.html

Rodizio

Una delle usanze più belle del Brasile: rodizio significa che puoi mangiare tutto quello che vuoi nelle quantità che vuoi pagando un prezzo fisso (che spesso però non include le bevande: attenzione!).

Puoi trovare il rodizio di ogni tipo di cibo: carni alla brace (churrasco), pizza, pasta, sushi.

Gli avventori sono naturalmente portati ad esagerare, e chiedono molto più di quanto non riescano a consumare effettivamente. Per evitare gli sprechi, molti ristoranti sono dovuti correre ai ripari: in alcuni ristoranti di sushi, ad esempio, devi pagare a parte tutti i pezzi che non hai mangiato, e di solito il costo è piuttosto salato.

Ma il pericolo vero è la per la linea: come resistere a tante tentazioni?



sabato 26 giugno 2021

Assalto

Impotenza, e poi rabbia, e poi frustrazione. E poi si riprende a vivere, perché comunque questa è la vita. È difficile spiegare a qualcuno come si possa restare in una città così, dove l’assalto è una realtà quotidiana che colpisce inevitabilmente come il fato.

Ogni giorno le cronache riportano di fatti criminali, ma il gran numero di misfatti quotidiani resta nel silenzio di chi ormai ci ha fatto l’abitudine. L’amico in visita cui viene strappata la catenina, la manager in missione cui viene rubato il cellulare, e poi i conoscenti, gli amici, gli amici dei figli, e poi i figli stessi. Chi non ha un episodio da raccontare.

Il mio è questo: al tramonto, cammino sulla spiaggia di Ipanema all’altezza del posto 10. Ci sono varie persone, ma non mi accorgo (sono a Rio ancora da poco) che impercettibilmente la zona che stiamo percorrendo è sempre meno frequentata, solo due ragazzi che giocano ad altinha* e che si avvicinano come per chiedere l’ora. E invece mostrano qualcosa nella tasca (presumibilmente un coltello), ci dicono di depositare gli zainetti, sederci sulla sabbia e mettere le mani dietro la testa. Spero che anche mia moglie resti in silenzio, che capisca quello che deve fare, augurandomi che si limitino a rubarci gli zainetti, che per di più non contengono quasi nulla. Così succede, e per fortuna non mi chiedono il cellulare e il portafogli che ho in tasca.

La prima conseguenza è che mia moglie è dovuta tornare verso casa a piedi scalzi, fino a che abbiamo trovato un chiosco che vendeva chinelos*.

La conseguenza più a lungo termine è che da quel momento ci siamo sentiti più vulnerabili. Da quel giorno abbiamo cominciato a percepire vibrazioni diverse. Probabilmente non suona bene, in questo contesto, ma ci siamo sentiti più in sintonia con questa città. Ci siamo sentiti più carioca, perché qui il cuore batte diversamente.

Colpa nostra, ho detto un giorno raccontando ai miei studenti l’episodio: non avremmo dovuto essere sulla spiaggia a quell’ora e in quel luogo. Roberta mi ha bloccato dicendomi di non cedere a questo modo di pensare: la colpa è solo dei criminali che fanno quello che non si deve. E qui deve finire la riflessione morale.



Arpoador

All’Arpoador si giunge al tramonto. In specifici periodi dell’anno, quelli in cui la gente è più aperta alla meraviglia, il sole finisce esattamente tra due isolette che sono collocate giusto giusto dove serve.

La gente aspetta, emozionata, e batte le mani allo spettacolo più antico del mondo.

Ma per i più fortunati, all’Arpoador si giunge al tramonto di un giorno di inverno, con il vento freddo che non rispetta i pantaloni corti e le t-shirt slabbrate, le onde del mare si sentono forti e la Praia do Diabo* è tutta un pulviscolo di acqua, e poi comincia lo yoga al suono del mantra, e al momento del rilassamento ci si copre con tutto quello che si trova.

La versione mattutina dell’Arpoador è al lato opposto, in quell’ultimo angolo della spiaggia di Leblon, proprio sotto ai Dois Irmaos*. Qui il mattino è tutto di luce, e la pelle è sudata, e se capita di sfiorare i compagni di pratica ci si sente connessi all’universo. 



Terrinha

La piccola terra: è il modo affettuoso con cui ci si riferisce al Portogallo, madre-matrigna del Brasile.

https://www.nit.pt/fora-de-casa/na-cidade/acidente-entre-eletrico-e-autocarro-na-baixa-de-lisboa-provoca-sete-feridos

Portogallo

L’unico luogo al mondo in cui il Portogallo è ancora una potenza mondiale è il Brasile. Per i brasiliani il Portogallo è una specie di mondo perfetto, in cui tutto funziona alla perfezione. Il Portogallo gode di un’attenzione spasmodica nei mezzi di comunicazione. Come meta di sogno è simile solo a Disneyworld, e per molti brasiliani non c’è molta differenza tra i due. Il modo con cui ci si riferisce al Portogallo con affetto è terrinha*, la piccola terra.

Avere ascendenza portoghese è un vero blasone di nobiltà. Mandare i propri figli a studiare in Portogallo è un segno di distinzione sociale. E andare a trascorrere gli anni della pensione in Portogallo è un miraggio per molti.

https://dicasdelisboa.com.br/pontos-turisticos/praca-do-rossio-dom-pedro-iv-em-lisboa-portugal/

Pop corn (pipoca)

Un cibo come gli altri, per i brasiliani, che lo mangiano a tutte le ore del giorno, in qualsiasi giorno, comprandolo alle innumerevoli bancarelle che si trovano in ogni parte della città. Il momento per gustarlo al massimo, però, è nel silenzio di una enorme sala da concerto, quando è il momento giusto per lanciarli uno ad uno nella bocca e far scattare la mandibola con uno schiocco secco e preciso che sprigiona il sapore anche nella bocca di chi ti sta intorno. Perché privarsene?????

https://gshow.globo.com/RPC/Estudio-C/cozinha-paranaense/receitas/pipoca-de-cinema-em-casa-aprenda-a-fazer-um-a-receita-facil-e-deliciosa.ghtml


Il termine pipoca pare derivi dalla lingua tupi*. 

Pericolo

Inutile negarlo. Rio è pericolosa. Succede a tutti (o almeno a molti) di subire un “assalto” o di vederne compiere uno. Per questo è bene uscire di casa senza niente addosso. Né catenine, ne anelli, né orecchini. Mai mostrare qualcosa di valore, mai stare imbambolato con il cellulare in mano. A un amico di mia figlia hanno rubato il cellulare qualcosa come 8 volte in un anno. Per Patrícia, venire all’università era una specie di ordalia: tutti i giorni (tutti i giorni) sul suo autobus (il 616) salivano malviventi che rubavano quello che trovavano. Pare che l’anno precedente fosse stato il turno del 485, cioè l’autobus che prendevo io.

Quindi, se vuoi uscire senza preoccupazioni (relativamente), esci senza nulla se non:

  • denaro in contanti,
  • una copia di un documento
  • un foglio col tuo indirizzo e un numero di telefono di emergenza.

Si rischia di morire? Sì, si rischia anche di morire. Nel 2016 (ero appena arrivato a Rio) un turista italiano è entrato in moto in una via sbagliata ed è stato ucciso sul momento. Pare che il problema fosse che aveva la GoPro sul casco e fosse stato scambiato per un poliziotto. L’aspetto può significare molto.

Un altro problema sono le pallottole vaganti (bala perdida*): e lì, davvero, non si sa cosa dire. I giornali riportano di persone uccise mentre stavano in casa, facendo la doccia o dormendo.

È una delle particolarità di Rio: i quartieri bene sono intervallati da quartieri degradati che sfuggono al controllo della polizia, e non ci sono quindi zone del tutto sicure. Quando cercavo casa, mi facevano notare se l’appartamento che visitavo era esposto lato favela o no.

Anche davanti a casa nostra c’è stata una sparatoria (e come in un film abbiamo visto il malvivente saltare da un tetto all’altro inseguito dalla polizia); alla scuola delle mie figlie è stato dato l’allarme perché c’era in corso una azione di polizia e tutti gli studenti sono stati portati in aree protette.  

Alcune volte i miei studenti mi chiamavano per avvertirmi che non potevano venire a lezione perché c’era un’operazione di polizia in corso, o perché i trafficanti stavano agendo.

Per molti i problemi cominciano semplicemente a causa del luogo in cui vivono. Intere aree sono sotto il controllo dei criminali. Per molti persino l’accesso ad Internet* è legato al gruppo criminale che controlla la zona.

Si vive preoccupati? Sì, moderatamente. Nel senso che se ci pensi, ti viene da scappare sul momento, perché il pericolo riguarda tutti. E quindi spesso ti dimentichi di pensarci, e per un po’ ti sembra di vivere in una città normale, che so, Madrid, o Colonia.

Per dimenticare un po’ la tensione, si va a volte in luoghi protetti: un centro commerciale, il Museu Militar al Forte di Copacabana, il Forte do Leme. Lì non ti sembra vero di poter stare tranquillo, con il cellulare in mano, la borsetta appesa allo schienale della sedia, il portafogli nella tasca posteriore.

https://www.bloomberg.com/news/articles/2017-08-18/dining-with-madonna-no-longer-rio-business-struggles-with-crime

Pão na chapa

È semplicemente una pagnottina di pane morbido grigliato con un po’ di burro fuso. Ma come fa a essere così buono?

Sembra essere il cibo nazionale, il top dei top. Soprattutto a colazione. 

E di solito prima di ordinarlo bisogna pensarci un po’: Champagne del 1987, Brunello di Montalcino del 1999, o pão na chapa?

Si resta un po’ soprappensiero, ci si guarda intorno, e poi soddisfatti lo si ordina al cameriere, che con un fugace cenno approva la scelta da intenditore. 

https://heyexplorer.com/breakfast-in-brazil/

Nascimento Silva, rua

Via di artisti, musicisti, chansonnier, immortalata nella canzone Carta ao Tom (Lettera a Tom) in cui Vinicius de Moraes* parla delle visite all’appartamento dell’amico Tom Jobim* che viveva al numero 107, facendone il luogo mitico in cui sono nate le canzoni più famose della Bossa Nova.

Non si capisce come, non ha niente che la distingua chiaramente dalle strade parallele, ma è la via più bella, frondosa, affascinante. Attraversa tutta Ipanema ma mantiene sempre la sua caratteristica di equilibrio, calma, gradevolezza. Qui è sempre meno caldo che altrove, meno caotico che altrove.

Ed è qui che si dovrebbe vivere, magari nella sezione tra la Farme e la Vinicius, vero centro di Ipanema. È vero, Garcia d’Avila e Anibal de Mendonça hanno i negozi più chic, ma il cuore di Ipanema, che è il cuore di Rio, che è il cuore del Brasile, batte qui. Me ne sono innamorato dalla prima volta che ho visto questo tratto su Google Maps, e non ho mai perso quella prima sensazione. È qui che ho trascorso la mia prima notte carioca, che ho vissuto il primo temporale carioca, che ho sentito il canto dei suoi uccelli, che ho visto il colore delle orchidee arrampicate sui tronchi nodosi.

Sono andato a vivere nella strada parallela, ma quando potevo ci passavo sempre.

E comunque, la padaria all’angolo esercita su di me lo stesso fascino del Café de Flore o dei Deux Magots.

 

Mirante Santa Marta

Pare che offra il panorama e il tramonto più belli di Rio. Chissà come ci si arriva. Io non ce l’ho fatta.

da Corriere.it

In compenso, siamo finiti nel mezzo della favela Santa Marta, e abbiamo deciso che il tramonto, quella volta, andavamo a vedercelo all’Arpoador.


Mirante do Leblon

Non posso che parlarne da anziano che ricorda il buon tempo andato.

I due chioschi che si facevano competizione nell’attrarre i clienti in tutti i modi e nell’accumulare sporcizia sono ormai gestiti da un unico proprietario che li ha trasformati in salotti semi-chic. Più belli e funzionali, ma è un’altra cosa.

Restano la vista mozzafiato, l’acqua scintillante, e il vecchietto che la domenica mattina suona sul cavaquinho gli immortali inni brasiliani, da Mas que nada a Frevo Mulher.



Gringo

Tertium non datur: se non sei brasiliano sei gringo.  

Chissà se i portoghesi godono di uno statuto speciale, ma alla fine anche loro rientrano nella categoria dei gringo. Il termine non è lusinghiero. Implica un elemento di sprovvedutezza, incapacità, impotenza: i brasiliani credono di essere gli unici a potersela cavare nel loro folle paese.

Il modo migliore per chiarire le cose è dichiarare subito di essere gringo: questo fa scattare l’istinto di protezione da parte dei brasiliani che si sentiranno subito inclini ad aiutare lo sventurato straniero che si aggira in Terra Brasilis.

Nell’usare il termine, mi sembra di vivere in uno spot di Carosello dei miei tempi, quando una famosa marca di carne in scatola utilizzava un jingle basato sulla ripetizione della parola gringo. E se mi chiamano così, mi sento subito un pistolero del vecchio west, con cappellone e fondina della pistola.



Richiami

Gelo gelo!, Brahma latão!, Agua a dois!, Olà quentinha!, Açaì!, Mate leão!

Voci possenti con inclinazione al canto lirico si sentono dappertutto: per strada, in spiaggia, nei blocos di carnevale, nelle feste di tutto l’anno.

Vanessa Esplendorosa, venditrice ambulante di Ipanema, ha trasformato il proprio richiamo “Açaí!!!” in un motivo funk*: https://www.youtube.com/watch?v=C_LqxDxanqw .

Gli argentini che passano in spiaggia sono più delicati: sussurrano semplicemente: Empadas argentinas! ma con timidezza, con un lieve rossore.

Ho letto da qualche parte che l’intonazione dei richiami carioca utilizza frequenze abituali nella tradizione africana, sconosciute invece in Europa.

È una notizia interessante, che collega ancora una volta il Brasile all’Africa tramite tratti culturali che a volte non registriamo, e che invece conservano tenacemente le tracce della loro origine. 



Gerente

È il momento supremo di ogni incontro importante. Che sia alla cassa delle Lojas Americanas o al controllo passaporti dell’aeroporto di Galeão: quando ormai tutto è stato tentato (cercare di capire un prezzo oppure decidere se le porte del Brasile si apriranno ancora per te), allora si sente evocare il gerente (responsabile, manager), vero deus ex machina che nel mistero della sua invisibilità o con l’onnipotenza della sua carta magnetica, risolve magicamente il tuo momento di terrore.



Festa junina

Durano da maggio a luglio, forse agosto, forse settembre. È lo sport preferito dei brasiliani che sembrano trovarvi la gioia più grande e trasgressiva del mondo. La festeggiano i bambini nelle scuole, gli adolescenti negli istituti superiori, gli adulti nelle feirinhas del fine settimana. Le strade si travestono con un clima rurale/nordestino: i ragazzi mettono camicie a scacchi e grandi cappelli di paglia e finti mustacchi, le ragazze portano vestiti alla Rossella O’Hara e acconciature old style, e risuonano musiche e balli tradizionali.

Uno dei massimi divertimenti sembra sia mangiare la paçoca*. Quale sia esattamente il divertimento di questa attività mi sfugge, ma l’assioma sembra inscindibile.

L’altra attività preferita è bere chopp.



venerdì 25 giugno 2021

Farme de Amoedo, rua

Chiamata anche semplicemente Farme.

Famosa per essere uno delle strade gay dell’America Latina, sbocca sull’Atlantico all’altezza del Posto 9, ritrovo della comunità LGBTQ+, ma è molto più di questo. Ci sono ristoranti, bar, caffetterie, soprattutto negli isolati più verso il mare, ma anche panetterie, ferramenta, un ospedale, depositi di materiali per l’edilizia. All’ombra quasi fresca degli enormi ficus si muove un’umanità varia che va dall’agente finanziario in giacca e cravatta a surfisti seminudi con le loro tavole da surf sottobraccio, muratori coperti di polvere, bagnanti scalzi, venditori di pop corn, chioschi che fanno copie di chiavi, il banchetto di un riparatore di orologi, senzatetto che ormai fanno parte della comunità locale, studenti con le t-shirt dell’uniforme scolastica, stranieri di ogni genere, signore con eleganti cani al guinzaglio, padri che portano a casa enormi buste di pane, avventori del negozio di succhi all’angolo, timidi studenti gringo della piccola scuola di lingue che a fine settimana si trasformano in festanti bevitori e sambisti, camerieri del piccolo pub che preparano i tavoli per la sera, robot in lamiera che sembrano usciti da un giornaletto degli anni 60, tassisti che aspettano il turno lungo il marciapiede, ebrei ortodossi con le fedine al vento, gente di tutti colori, microcosmo della condizione umana, con contrasti pacati ma lo stesso stridenti, con un apparente possibilità di convivenza tra le diversità (Ipanema, per quanto intellettuale e trasgressiva, conta anche molti abitanti bolsonaristi) ma dove i conflitti possono riaccendersi in un momento, soprattutto verso i più deboli, i più poveri. Ho visto signore perbene fermarsi a chiacchierare con un ragazzino senzatetto, e signori altrettanto perbene prendere a calci un mendicante accusandolo di aver mancato di rispetto la sua signora. Tutto il Brasile si riassume in questa strada: non si può starne lontano.



Cagarras

Davanti alla spiaggia di Ipanema troneggia un piccolo gruppo di isole. La più grande ha una colorazione biancastra dovuta al guano degli uccelli che vi si rifugiano a frotte. Da qui verrebbe il nome delle isole.

Protette da un parco naturale, pare che siano frequentate nottetempo da locali che vanno a farci il bagno o a cercare un po’ di fresco.

Non è possibile attraccare o scendere a terra.

La notte, si vede da lontano il faro il faro dell’isolotto più piccolo.

Lì vicino passano enormi navi cargo e petroliere che fanno la fila per entrare nella Baia di Guanabara.

Dato che sono un parco protetto, sono un luogo di passaggio di uccelli e cetacei. Talvolta vengono avvistate persino balene che passano indisturbate davanti al carnevale continuo di Rio.

Ho tentato di andarci varie volte, senza riuscirci.

Ci sono escursioni che partono dal posto 6 a Copacabana (ma con trasporto fatto su gommone) o dalla Marina da Gloria. Bisogna assicurarsi se il tour include solo un giro veloce o anche la possibilità di fare un tuffo.

I prezzi variano.

Per me restano un sogno che è bello sognare.



Porte 2

La prima frase che ho imparato al mio arrivo a Rio è stato l’annuncio che si sentiva nei vagoni della metro: Atenção: portas se fechando! (Attenzione, le porte si stanno chiudendo). Mi sembrava così poetico e dolce.

Poi hanno cambiato sia la voce che l’annuncio. Tutto scorre.



Porte

Breve lezione di sociologia brasiliana:

Gli appartamenti di Rio de Janeiro hanno non una ma DUE porte di accesso, che corrispondono a due settori della casa ben distinti, anche se comunicanti. Le famiglie carioca hanno per tradizione una empregada* che svolge tutte le faccende domestiche, e che passa le giornate invisibile, nel suo settore, nel quale ci sono una stanzetta, un piccolo bagno e la cucina. E al quale si accede dalla porta apposita, che i signori si guardano bene dall’utilizzare. I “padroni”, invece, vivono nella parte nobile dell’appartamento che alla fin fine, tolte la cucina e i quartieri della domestica, non è che resti poi molto.

Anche i palazzi hanno almeno due ingressi – uno per i proprietari, l’altro per personale domestico, ma anche eventuali artigiani, trasportatori – e due ascensori, che corrispondono alla stessa divisione. Quello per la gente perbene è bello e si chiama social, l’altro è meno bello (più grande, però, perché è utilizzato per i traslochi) e si chiama de serviço.

Talvolta, negli edifici di Copacabana o Ipanema – soprattutto quelli datati – è specificato quale ingresso è riservato ai banhistas, bagnanti che tornano dalla spiaggia. Dove non c’è scritto, è dato per scontato che se siete in costume, e grondate acqua dalla testa ai piedi, non utilizzerete l’ascensore della gente perbene, e vi accontenterete dell’ingresso e dell’ascensore di servizio, facendovi vedere il meno possibile, e magari togliendovi la sabbia dai piedi all’apposito rubinetto che troverete in molti ingressi (di servizio).  

In ogni edificio, in ogni ascensore, è affissa la legge che proibisce ogni forma di discriminazione: tutti devono poter usare tutti i locali. Nella realtà non è così. Ognuno sa esattamente qual è il suo posto nella società e nei locali del palazzo.

Per i gringos* è invece piuttosto difficile identificare quella linea invisibile e invalicabile, e capita di fare errori. Aprire una porta piuttosto che un’altra può mettere in imbarazzo il visitatore, e i nostri atteggiamenti possono talvolta sembrare “eccessivamente” – e inutilmente – democratici.

Allo stesso modo, MAI aprire la porta di servizio a persone che vengono a trovarvi!

 

Un’altra particolarità delle porte carioca, è che la porta di servizio resta spesso aperta, nel senso che non è chiusa a chiave.

Gli amici e i visitatori, soprattutto giovani, se conosciuti dai porteiros* vengono ammessi anche quando la famiglia non c’è. Capita quindi che mentre si è felicemente adagiati nella quiete domestica, si senta la porta aprirsi, e qualcuno di totalmente inaspettato entri come fosse di casa, letteralmente. Oppure succede di tornare a casa, e di trovare qualcuno che aspetta voi, o i vostri figli, del tutto a proprio agio… a casa vostra.

Ci si chiede come in un paese così afflitto da crimini e ruberie si possano lasciare le porte aperte. Ma è così. Non so se sia un modo per confermare ai condomini che ci si fida uno dell’altro, o se è solo pigrizia. Ma le porte (di servizio) non sono chiuse a chiave in molte case.



giovedì 24 giugno 2021

Basílica da Penha

Quando si arriva per la prima volta al Galeão, l’aeroporto internazionale di Rio de Janeiro è normale tendere il collo in ogni direzione per cercare di vedere qualcosa della città tante volte immaginata: un primo sguardo al Redentore, un angolo della Baia, o il Pan di Zucchero.

L’unica cosa che invece prende l’attenzione è una costruzione, piuttosto piccola per la lontananza, che sembra un castello di Disneyland con le sue guglie svettanti.

Ci ho messo tre anni a scoprirlo, ma alla fine ecco qua: è la Basílica de Nossa Senhora da Penha, uno dei santuari più amati e riveriti dai carioca. La sua lunga scalinata (382 gradini) viene percorsa dai pellegrini, in piedi o in ginocchio, per chiedere una grazia o tener fede a un voto. Per chi invece volesse una salita meno spirituale, ci sono ben 3 funicolari gratuite vanno fino in cima.

I pellegrinaggi si intensificano nel mese di ottobre, quando si celebra la festa della patrona.

È forse l’unico momento dell’anno in cui il grande concorso di pubblico rende meno pericolosa la visita: il quartiere di Penha, però, non è consigliabile. Non andateci, e lasciate che la basilica resti un lontano miraggio.

A Rio, purtroppo, è spesso così.



Bate-bola

Fanno veramente paura anche solo a vederli in video.

Con maschere che mettono insieme pagliacci, scheletri e spettri, escono come forsennati non si sa da dove, spesso accompagnati da fuochi di artificio, e corrono per le strade battendo a terra delle palle (appunto bola) di plastica ma che in origine erano vesciche di bue. Altri girano invece con ombrellini che sono più inquietanti delle musiche da carillon nei film di Dario Argento o nelle storie di Agatha Christie.

Sono una delle tradizioni più antiche del carnevale, soprattutto nelle periferie più popolari, che purtroppo ogni anno provoca feriti e morti.

Sembrano dare corpo alle paure più recondite che vivono dentro di noi, e dare un volto alla violenza che attanaglia le vite di chi trascorre la propria vita nei suburbi degradati.

Sono detti anche clóvis (forse dall’inglese clown).

I vestiti possono costare cifre sconsiderate (circa 1500 R$, cioè un salario minimo e mezzo).

Non li ho mai incontrati, e in tutta onestà mi è andata bene così, benché dentro di me resti l’insano desiderio del brivido di affrontare gli incubi più nascosti che rappresentano.



Bateria

Ogni scuola di samba* ha un gruppo di percussioni, chiamato bateria, con centinaia di membri che suonano strumenti dai nomi esotici: surdo, repique, caixa de guerra, chocalho, tamborim, cuíca, agogô, reco-reco, prato.

La bateria è una esplosione di suoni e di ritmi, fondamentale per dare il ritmo giusto, l’intensità giusta, alla sfilata di carnevale.

Se ti capita, non perdere l’occasione di assistere alle prove che si tengono per quasi tutto l’anno e si intensificano nelle ultime settimane prima delle parate.

La notte è di velluto; tutto intorno cavalcavia giganteschi e palazzi illuminati. Proprio lì, dove meno te lo aspetti, si ritrova la gente della scuola di samba per l’ensaio, la prova della sfilata di carnevale. Gente d’ogni genere, anziani, giovani, giovanissimi. Mezza favela lascia le proprie occupazioni e viene ad assistere, a guardare con orgoglio la propria gente che si prepara al giorno più importante dell’anno.

I giovinotti vengono a guardare le giovani sambiste che imparano i passi decisi dal coreografo insieme al carnevalesco*.

Poi parte la bateria: immagina 200 o 300 persone – uomini, donne, ragazze, alti, bassi, bianchi, neri, magri, grassi e grassissimi – con in mano grancasse enormi, sonagli di ogni genere, tamburi, tamburini, che insieme sembrano sfidare la notte di velluto, le mani alzate dei direttori della batteria con i loro codici di segnali, e l’intricarsi e il districarsi di ritmi di ogni genere in un’unica armonia.

Capita a volte di tornare a casa e di trovare ritmi africani per la strada, eseguiti da bambini, adolescenti o adulti, e senti sprigionarsi una energia ancestrale.
A volte, persino da casa, nel silenzio della notte, ti sembra di sentire ritmi che appena si distinguono. Il respiro della terra.

E capita che il tuo composto vicino d’autobus ascolti questi ritmi travolgenti mentre sta andando a lezione alla facoltà di medicina.



Per avere un’idea, provate a cercare su Youtube. 

Ad esempio: https://www.youtube.com/watch?v=qpS0KFG38ds


Cuica

 Il più sgraziato degli strumenti musicali, forma di tamburo con pelle tesa su cui si innesta un bastoncino di bambù che si suona con un panno umido che si striscia sul detto bastoncino. Assurdo logico, inclassificabile nel mondo degli strumenti musicali.

Il suono è sgradevole, ma cosa sarebbe il samba senza questo suono stridente, che ricorda un elastico teso o un marito che russa?

 

mercoledì 23 giugno 2021

Caipirinha

Nella torrida estate tropicale, i bicchieri di caipirinha (e varianti) si aggirano invitanti, colorati e madidi di goccioline su e giù per la spiaggia e in tutti i luoghi frequentati dai turisti.

Il drink a base di cachaça, lime, zucchero di canna e ghiaccio è considerato una sorta di bevanda nazionale, e pochi resistono alla sua lusinga.

Per cui, se sentite il richiamo “Caipi caipi”, e non volete indagare troppo a fondo sugli ingredienti o sul grado di pulizia del bicchiere, non esitate: affidatevi al camelô* di turno, scegliete il colore che vi sembra più adatto, sedetevi sulle pietre calde dell’Arpoador o sulla sabbia dorata della spiaggia, e godetevi il momento. La vita può anche essere bella.

Costo: intorno ai 15 R$ per la caipirinha, appena di più per la caipivodka nei chioschi lungo la spiaggia. 10 R$ circa dagli ambulanti.



Rabanada

 Ai brasiliani non dispiace essere bambini di tanto in tanto. Se c’è di mezzo la rabanada non ne possono fare a meno. Diventano come bambini che guardano le luci dell’albero di natale, o come adulti che ricordano com’era il natale di quando erano bambini.

La rabanada è pane fritto dopo essere stato passato nell’uovo, come il French Toast del Nordamerica, ed è un dolce tipico del periodo natalizio.

Come per il pão na chapa non si capisce come faccia ad essere così buono, ma lo è.

Lanciatevi nell’esplorazione gustativa senza porvi limiti. Vi ricompenserà.



Gelada

 vedi birra*



Birra

I brasiliani sembrano sempre monelli colti in flagrante quando parlano di birra, come se stessero parlando della cosa più proibita del mondo. Ne parlano allo stesso modo in cui ne parlano i musulmani delle regioni più tradizionali: è la trasgressione massima. In realtà in Brasile se ne consuma a fiumi, grazie anche alla bassa gradazione alcolica. Le famiglie partono per brevi gite con frigoriferi portatili strapieni di lattine, che vengono consumate con devozione.

In preparazione del carnevale, i supermercati costruiscono letteralmente muri alti e larghi diversi metri con lattine delle marche più amate: Brahma, Skol, Itaipava, Antarctica.

Nella temperatura preferita, assume semplicemente il nome di “gelada”.

La birra alla spina si chiama chopp*.



Chopp

Pronuncia: sciopp.

È la birra alla spina.

 

Vedi anche: birra*, gelada*




Ciabatte

 vedi chinelos*


Havaianas

 vedi chinelos*



Chinelos (ciabatte)

 È il nome delle ciabatte tipo Havaianas, calzatura nazionale brasiliana e gloria della sua economia.

Pare che siano nate dal riutilizzo di vecchi pneumatici d’auto, ma ormai sono diventate universali, nel senso che tutte le classi sociali le usano.

Ce ne sono di tipi diversissimi, da quelli neri e semplici a 5 euro, a quelli con strass e rifiniture.

Nella via più chic di Ipanema (Garcia d’Avila) è stato aperto un enorme concept store Havaianas, non so più su quanti piani (almeno quattro, direi) dedicati alla celebre calzatura.

I chinelos sono anche uno degli oggetti più facilmente rubati. Anche a me, come a tanti, è toccato di dover tornare a casa a piedi scalzi dalla spiaggia, perché avevo avuto la grande idea di lasciarli, ben nascosti sotto la maglietta, sulla spiaggia.

Camminare a piedi scalzi non è poi così terribile, almeno sulla pedra portuguesa che non si scalda mai così tanto quanto l’asfalto. Il peggio sono le cacche dei cani, onnipresenti. E molti altri rifiuti meno identificati sui quali dovrete mettere i vostri preziosi piedini.

E così si impara a fare il bagno tenendo le ciabatte con sé infilate ai polsi, oppure alle caviglie.



Caldo de cana (succo di canna)

 Il nome non ha un suono invitante: immaginavo appunto una bevanda calda e sciropposa. Invece è succo di canna da zucchero, servito freschissimo e appena spremuto da una macchina a ingranaggi e pulegge che sembra uscita da una masseria anteguerra.

Sorprende vedere il fascio di canne depositato in fondo alla tenda della bancarella, vicino alla spremitrice.

Sembra quasi un miracolo che da delle canne esca un succo.

Dolcissimo, è vero, ma vale la pena provarlo.



Buste

Semplicemente, la colla delle buste non incolla. Potete leccare quanto volete, non attaccherà. Per questo, negli uffici postale trovate un piccolo contenitore di vetro vecchio stile, con un pennello spennacchiato e una colla liquida che non vedevo da migliaia di anni (ho qualche ricordo d’infanzia, anche se non so collocarlo).  Con quella potete operare per chiudere il vostro prezioso plico.



Brasiliani

Quando credi che siano europei si rivelano africani, quando ti illudi che siano africani li ritrovi indios, quando li credi indios sono europei.

Impossibile trovare una unica definizione di questo popolo complesso e composito. Per questo alcune parole mi sono particolarmente care (vedi xará*): perché ti mostrano che i brasiliani sono sempre diversi da tutto quello che ti immagini, hanno un’anima profonda e difficile da scrutare. Sempre diversi da quello che credi. Questo il loro fascino.



Ascensori

 Ancora con operatore quello del Centro Cultural Banco do Brasil*, aperto e in metallo come un grande cesto quello del Centro Cultura Correios*, poco distante.

Rio de Janeiro ha una collezione infinita di edifici ed elementi architettonici Art Déco*, ancora in gran parte da recuperare e valorizzare.



Açaí

Crema di bacche, di origine vagamente amazzonica (ma alberi di açaí si trovano ovunque, e dagli stessi si ricava anche il palmito*), servita fredda. Pare che sia difficile da conservare per cui non ha ancora trovato diffusione internazionale.

Lo si mangia in molti locali e ristoranti. Il mio preferito è forse quello di Balada Mix. Ottimo anche quello di Amazona Soul a General Osorio (Ipanema).

Viene servito puro, oppure mischiato ad altri ingredienti. Da provare quello con banana (specificare fatiada se si vuole a fette, altrimenti mischiano la banana con l’açaì) e granola (cioè muesli).

Noi lo prendevamo anche alla gelateria Alex: non è il migliore, ma tenevamo sempre a casa varie vaschette pronte alla bisogna, per una giornata particolarmente calda o solo per un attacco di golosità.

Per sentirmi meno in colpa portavo a riempire le nostre vaschette usate: piccolo contributo alla riduzione della plastica*.

Attenti: può dare dipendenza!



485

È l’odissea quotidiana, il viaggio in Brasile e le sue contraddizioni e differenze.

Darei non so cosa per fare ancora una volta quel viaggio, con le sue scomodità e i volti e il momento magico all’alba alla Baia di Botafogo quando il sole è radente al mare e sembra per un istante di essere in Impression – Soleil Levant di Monet, e lo sguardo rapido al Redentore tra i palazzi, e quella piccola strada che parte a destra all’inizio della Pinheiro Machado, davanti all’Università Santa Ursula, che chissà dove va, inerpicandosi per la salita lieve, con un aspetto di mondo d’antan fresco e leggermente umido di pavimenti di piastrelle e finestre dalle persiane colorate.

E poi il palazzo di Guanabara, lo stadio del Fluminense, e poi il grande cavalcavia di Laranjeiras che speravo sempre di vedere le mie figlie passare andando a scuola, proprio lì di fianco a dove stanno i senzatetto sulle loro coperte grigie, e poi il tunnel Santa Barbara, uno degli incubi degli autisti carioca che sanno che prima o poi ci sarà un assalto o un incidente, e poi riemergere nel sole proprio sotto a Santa Teresa, che qualcuno ci dovrà ben abitare qui – ma non è dove hanno ucciso il motociclista italiano che era entrato dove non doveva? – e poi la grande curva che porta a Catumbi con la pastelaria* in ombra, e i succhi gelati e le persone che fanno colazione, e poi passare vicino vicino al Sambodromo, che quando non è carnevale sembra un bestione domato su cui passano automobili sparute, e i ragazzi che salgono alle fermate, qualche docente, e qualcuno che non c’entra niente, e poi via sulla Getulio Vargas fino alla Prefeitura, e poi l’ultima fermata e l’autobus sembra scoppiare – vuoi che ti tenga lo zainetto? – e ancora sulla Linha Vermelha, la strada a grande scorrimento che si lascia veloce quartieri e favelas a destra e sinistra, con quella scritta del meccanico col nome hollywoodiano di Toretto, e poi le scuole della Maré, timido tentativo di celare la realtà, e gli avvoltoi a decine appollaiati sui lampioni con il loro collo ricurvo che sembra di essere in un film western fino al ponte che sembra un cigno, e poi si entra al Fundão, le prime persone cominciano a scendere, e la maggior parte che scende a ingegneria, e i pochi che restano fino a Lettere e dopo l’ultima curva strettissima, che ti porta via, andiamo, tocca a noi, chissà se avrò tempo di bere un caffè.



Xará

Amerei il Brasile anche solo per questa parola.

Il Brasile ti si rivela quando ti senti chiamare per la prima volta xará (pronuncia: sciarà). Parola di origine tupí che indica la persona che ha il tuo stesso nome.

Che cultura affascinante quella in cui il tuo omonimo gode di uno statuto speciale all’interno della comunità, quasi fosse un nuovo rapporto di parentela.

Il nome acquista subito uno spessore magico, spirituale, fondante la tua identità e quella di chi ti sta intorno.

È complicato però se il tuo nome è diffuso. Un’intera generazione di brasiliani si chiama Matteo (e varianti) o Giuliana (e varianti). Come spesso accade, la causa è una telenovela: Terra nostra, storia di immigrazione italiana in Brasile tra il secolo 19 e il secolo 20, prodotta e trasmessa dalla Rede Globo tra il 1999 e il 2000.



7 a 1

(pronuncia “seci a un”). Insomma, ricordate la partita semifinale dei mondiali di calcio del 2014, gli occhi del mondo puntati su Belo Hor...